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Il tripolarismo anomalo


Sul tripolarismo anomalo della politica italiana


I commenti più letti e più sentiti sul voto amministrativo, a parte i “promo” della Renzi&Co sulla “vittoria del cambiamento” e le folgorazioni sulla “vendetta delle periferie”, sono quelli sul trionfo definitivo del tripolarismo, che si consolida e definisce la nuova costituzione materiale.
Sembra tutto così chiaro. Ma di che poli stiamo parlando? e gli schemi classici (binari) destra-sinistra, servono ancora a qualcosa o sono da buttare?
Faccio parte della schiera di quanti sono convinti che quegli schemi siano tuttora quelli che sorreggono la dialettica politica, finché ce ne sarà una (ancora per un bel po', credo) a dispetto dei teorici della fine della storia. E che però si evolvano come si evolve la società (e il pensiero che riflette su di essa). Occorre perciò guardare più a fondo nel tripolarismo all'italiana per tentare di definire meglio ciascuno dei tre poli, con l'occhio rivolto soprattutto alla sinistra. Dove si è nascosta?
Per arrivare alla risposta a questa domanda occorre partire da quelle che sembrano le anomalie più vistose dello schema tripolare all'italiana. Che non è formato da una destra, un centro e una sinistra, come avviene in tutti i sistemi in cui il consenso elettorale si distribuisce su tre poli. Da noi i conti non tornano perché il PD, cui spetterebbe il posto a sinistra, ha una vocazione trasversale, da DC della Terza Repubblica, mentre il polo M5S, dichiaratamente trasversale, sfugge allo schema tripartito classico.

1 - Una nuova egemonia centrista è possibile? 

La destra tra doppiopetto e fascio-leghismo
Prima di rivolgere l'attenzione al PD, cui è dedicato questo post, qualche rapida considerazione va dedicata al polo Salvini-Berlusconi, che non richiede strumenti di analisi particolarmente originali. Fa parte della storia dell'Italia unita, una destra in doppiopetto che si appoggia, per colmare le sue debolezze di consenso e di prospettiva politica, su una frazione autoritaria e illiberale, che in alcune fasi prende il sopravvento (fascismo) o rischia di prenderlo (pulsioni golpiste in era democristiana).
Lo schema ha solo bisogno di un aggiornamento per tenere conto dell'effetto che ha, su questa dinamica, la crescita di consenso dei movimenti populisti-nazionalisti in Europa (oltre che in altre aree come il Vicino Oriente, o il “profondo sud” del Nordamerica). Salvini avanza pretese, le evoluzioni future meritano attenzione perché da quel versante l'Italia è alquanto esposta a sorprese spiacevoli. Staremo a vedere, comunque è una destra dalla matrice ben individuata.

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Il PD e le politiche di destra: non mediazioni ma scelte strategiche
Diverso, alquanto più complesso è il discorso sul PD.
Senza andare troppo in là nel tempo, a cercare genesi e prodromi, possiamo dire che dalle larghe intese in poi (governi Monti, Letta e Renzi) fa politiche di destra.
In tutta una prima fase l'alibi era l'esser costretti a mediare, anche se il Bersani della campagna elettorale 2013 si ricorda per un “se avremo il 51%, in ogni caso governeremo come se non avessimo la maggioranza”. La mediazione dunque si presentava già come un'opzione strategica più che come una costrizione. Nell'apoteosi del Renzi vincente questi alibi cadono definitivamente e quelle politiche sono rivendicate come giuste in sé. Valide in assoluto, per giunta, in quanto prive di alternative e, pur risalendo in gran parte all'Ottocento, perfino innovative.
Le leggi che sono state assunte come vanto dell'attività di governo nel biennio renziano sono risultate più spinte (più estremiste e più ideologiche) di quelle compiute dai governi dichiaratamente di destra (Berlusconi). Dal sociale al lavoro, dalla famiglia all'economia e all'ambiente le prove sono, oltre che numerose, univoche. Non vale neanche più la pena di elencarle. Né è il caso di dilungarsi più di tanto su quei pochi interventi a cui è stata attribuita una qualche qualità progressista, modernizzatrice. di giustizia sociale se non proprio di sinistra. Come il bonus 80€: presentato come un risarcimento per chi aveva sostenuto i costi della crisi, ma studiato in realtà per selezionare il target al centro della scala dei redditi, lasciando fuori la parte di gran lunga maggiore degli strati sociali più deboli. O l'approvazione di una prima legge sulle “coppie di fatto” (!) che lascia al buon senso della magistratura la soluzione dei problemi socialmente più delicati.
Ci si dovrebbe piuttosto soffermare su altri aspetti, come la permeabilità ai “poteri forti” e la benevolenza (diciamo così) verso il connubio che quei poteri coltivano (sempre più) nei confronti delle grandi centrali dell'economia criminale. O l'idea di assetto istituzionale di impronta decisamente “elitista” (disintermediazione, concentrazione del potere nell'esecutivo, personalizzazione del potere) ovvero (se stiamo agli schemi classici) più autoritaria. Aspetti rivelatori di una concezione della politica che è davvero arduo non qualificare come di destra, radicale per giunta.
L'equivoco tuttavia persiste. In gran parte per responsabilità della sinistra proveniente dai due grandi filoni del Novecento. Una sinistra che, nel nostro paese, meno che altrove ha saputo aggiornare i suoi schemi alla realtà che andava emergendo sulle ceneri del mondo bipolare, dopo la fine della guerra fredda e che ora vorrebbe “riprendersi il PD” senza che nessuno abbia capito per fare che cosa (in alternativa alle politiche di Renzi).
Il nodo problematico, una volta ascritte a una matrice di destra le politiche portate avanti dal PD, è dunque come distinguerlo rispetto alla destra dai connotati fascio-leghisti e come definire la sua collocazione.

Il Partito Democratico e il sogno della riedizione della DC
Eppure un partito che tenda a conquistare il consenso dell'elettorato su entrambi i versanti dello schieramento, che lo si chiami partito pigliatutto, o partito della Nazione, o partito centrista, è sempre esistito nell'Italia repubblicana. E non è un'anomalia, essendo presente in quasi tutti i sistemi politici, sia nei modelli con legge elettorale maggioritaria, tendenzialmente bipolari, che in quelli proporzionali.
Una difficoltà di analisi sorge semmai nel momento in cui un partito centrista occupa una posizione egemone e costringe i due poli di destra e di sinistra nel ruolo di comprimari. Il caso prevalente (e più facilmente spiegabile sul piano teorico in base alla teoria dei giochi) è infatti quello dei partiti centristi ago-della-bilancia, di peso elettorale ridotto ma con una rendita di posizione da far valere quando nessuno dei due poli è in grado di governare da solo. Possono verificarsi eccezioni, ma solo in presenza di condizioni del tutto particolari, come è accaduto nell'Italia del dopoguerra.
Allora si trattava del “fattore K”, una democrazia bloccata dalla conventio ad excludendum nei confronti del PCI, come portato del mondo diviso in blocchi. È la situazione che ha reso possibile il governo ultra-quarantennale della DC. È quello un modello riproducibile nelle condizioni attuali? Non lo è. Fintanto che esiste una sinistra in grado di contendere il governo del Paese il centrismo è confinato nello spazio tipico della destra moderata, o al più nel ruolo di ago della bilancia.
In effetti, l'idea di un ritorno al modello democristiano, di governo del centro, si è affacciato nella testa del gruppo dirigente del PD ben prima della vittoria di Renzi al Congresso, checché ne dica chi lo considera un usurpatore. Si è già accennato all'impostazione della campagna elettorale del 2013, per cui non si può cogliere alcuna discontinuità sostanziale nella scelta di Bersani-Letta successiva alle elezioni “non-vinte” (al di là del condizionamento indubbiamente esercitato dal Presidente Napolitano): dar vita ad un'alleanza stabile con la destra “presentabile” (sotto spoglie centriste) per costringere nell'angolo il berlusconismo, potendo contare sulla mancanza di un'alternativa alla sua sinistra. Con Renzi, se vogliamo, ha solo acquistato un contorno più definito, di governo “a vocazione maggioritaria”: imperniato però non su un partito di sinistra, come lasciava intendere la formula originariamente coniata da Veltroni alla fondazione del PD, ma su un partito centrista.
La spinta decisiva in questa direzione è venuta nel momento in cui è sembrato che attorno al PD di Renzi si potessero raccogliere i partiti centristi (ovvero tutta la destra moderata). E, mentre veniva progressivamente emarginata la “sinistra riformista” che aveva tenuto fin lì le redini del PD, si faceva strada la convinzione di poter evitare di pagare un prezzo troppo elevato in termini di perdita di consensi nella constituency che tradizionalmente si riconosceva in quella sinistra.

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Il Partito della Nazione come partito centrista

Se il modello DC fosse riproducibile nella situazione attuale, il progetto renziano, di ospitare una sinistra, culturalmente perfino più attrezzata di quella attuale, in posizione critica ma non di rottura, nei ranghi del partito centrista sarebbe verosimile. Non sarebbe neppure una grande novità. Ma non sono più quei tempi: in una democrazia aperta anziché bloccata dal contesto internazionale, quell'assetto resta un sogno. Salvo che non si pensi di condire quel sogno con restrizioni autoritarie dello spazio democratico, basate su una forza coercitiva di matrice esclusivamente nazionale. È credibile? È possibile? È successo, con il fascismo, nello sconquasso seguito alla prima guerra mondiale. Ma che sia riproducibile nelle condizioni attuali, nazionali e internazionali, mi sembra si possa escludere.
Se così è, la parabola di un partito centrista che espande in pochi mesi il suo spazio dal 10% al 40% ha forse ripetuto in direzione inversa la parabola della DC alla fine della Prima Repubblica. Ma, a meno che la sinistra non si autodistrugga come espressione politica o che una coercizione autoritaria non privi dei diritti politici gli strati sociali che posssono trovare solo a sinistra una risposta, è assolutamente plausibile che, in tempi non troppo lunghi, quella parabola sia seguita da un analogo percorso inverso (che per ora, stando ai risultati delle grandi città, sembra aver coperto già più di metà strada).

Una prima conclusione
In conclusione, se la collocazione del PD, in base a una lettura classica, aggiornata e riveduta sulla base del contesto italiano, può essere definita come centrista, la domanda che si ripropone è quella iniziale: se non è rappresentato dal PD, dove è rintracciabile il polo elettorale di sinistra? Quali sono i suoi connotati culturali e i contenuti programmatici? Su questo è dunque necessario tornare per completare questa linea di ragionamento con qualche ipotesi di lavoro.

II - C'è un polo di sinistra in Italia?

La sinistra nel mondo dopo il 1989.
Il discorso sulla sinistra ha una dimensione globale, planetaria, ed è oggetto di uno sforzo di analisi imponente, a cui il pensiero politico italiano non dà il contributo che ci si aspetterebbe guardando alla storia passata. Non avrebbe minimamente senso pretendere di fornire un contributo originale in questa sede ma si può tentare qualche osservazione su ciò che è sotto i nostri occhi, provando a tener conto degli schemi interpretativi che godono di maggiore attenzione e consenso.

Partirei da una constatazione su cui mi sembra si possano nutrire pochi dubbi. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la visione apologetica della globalizzazione si è scontrata con visioni alternative, che hanno riletto gli eventi dell'ultimo decennio del secolo scorso fornendone una descrizione che evidenzia una realtà tutt'altro che pacificata e priva di tensioni e contraddizioni. Così facendo, hanno favorito una presa di coscienza da cui hanno avuto origine nuovi conflitti, che si sono scatenati in seno al processo di globalizzazione.
Non è possibile rintracciare una cifra ideologica dominante, o solo prevalente, in queste visioni e in questi movimenti. Ma resta il fatto che il processo di globalizzazione non ha prodotto nel suo seno soltanto il risorgere di nazionalismi e fondamentalismi, segnali di una reazione dal segno inequivocabile di destra, perché contemporaneamente si è andata consolidando anche una concettualizzazione, e un movimento di protesta che, nel mettere in evidenza i limiti e le contraddizioni della globalizzazione, assumeva un punto di vista in cui possiamo rintracciare valori caratteristici della storia e della cultura di sinistra.
È evidente il rischio di restare, con una simile affermazione, su un piano di discorso sfuggente, troppo generico. Proviamo però a mettere in fila qualche tema: come quello della lotta contro la disuguaglianza e contro tutte le forme di discriminazione, insieme con il richiamo ai principi della sostenibilità ambientale e responsabilità intergenerazionale. Ancora: l'affermazione della democrazia rappresentativa sostenuta dall'attivazione civica e dalla promozione delle organizzazioni di interesse. Ovvero, la contestazione radicale del dogma della capacità dei mercati di autoregolarsi insieme con la rivendicazione di un ruolo, non solo dello stato in tutte le sue articolazioni, ma delle nuove forme di organizzazione collaborativa dei processi economici, come soluzione (e alternativa) alle contraddizioni, le ingiustizie e le inefficienze dell'economia, gestita dalle elite internazionali secondo i dogmi del neoliberismo. Pensiamo all'obiettivo di garantire a tutti i cittadini la disponibilità dei beni comuni e di quelli essenziali, come mezzo per la tutela reale dei loro diritti, universalmente riconosciuti ma di fatto negati, insieme con il contrasto ad ogni forma di spreco e distruzione di risorse. E, per non andare avanti troppo a lungo, a quello della promozione del sapere e della conoscenza, insieme con la diffusione libera di informazioni accessibili senza barriere.
Si tratta solo, se vogliamo, di un elenco di parole chiave, che non compongono certo una nuova mappa sistematica del pensiero di sinistra. Ma difficilmente si potrebbero avanzare dubbi sulla loro matrice culturale. E con ogni probabilità troverebbero posto nella rappresentazione del sistema di valori di riferimento che potrebbe dare un elettore che si dichiari di sinistra.



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La sinistra in Italia dopo il 2001
Poniamoci allora una domanda banale: quali formazioni politiche in Italia hanno assunto questi valori, coerentemente, come direttrici fondamentali della propria azione? Solo partendo da qui può trovare risposta anche la domanda sulla sinistra. Ma, ad essere onesti e rigorosi, la risposta dovrebbe essere: “nessuna”.
Al più si è trattato di un fiume carsico che ha scavato nelle diverse articolazioni della politica e della società italiana, emergendo in momenti di singolare visibilità, come è stato per il G8 di Genova sull'onda delle precedenti manifestazioni a Seattle, senza acquistare forma organica, senza assicurare continuità, senza riuscire a reggere l'urto di una repressione brutale.  

È stato solo attorno al 2010-2011 che questi fermenti hanno trovato un momento di sintesi visibile e di traduzione in iniziativa politica, con la raccolta delle firme per i referendum attorno ai beni comuni, con le elezioni amministrative, con la successiva vittoria al referendum stesso, per finire con la caduta del governo Berlusconi.
Quel governo, che la sinistra aveva allontanato dal potere per un attimo nel 2006, confermandosi però incapace di costruire un'alternativa stabile e convincente in un breve arco di tempo, era ormai sull'orlo del collasso per le sue contraddizioni interne e per l'incapacità di affrontare la crisi. Mentre però la sinistra tradizionale tentava di farlo cadere attraverso le dinamiche interne ai palazzi del potere, quei movimenti e quelle manifestazioni, segnalavano una crisi incontestabile in termini di consenso popolare che ne avrebbe decretato la fine anticipata anche sul piano istituzionale. 
Invece, la reazione di quella sinistra, che (non dimentichiamolo) stava recuperando in Italia la dottrina socialdemocratica come collante della tradizione ex-DC e ex-PCI proprio nel momento in cui quella dottrina aveva perso qualunque connotazione alternativa al mainstream neoliberista, si è concentrata subito sul depotenziamento di quei movimenti. Sul piano istituzionale, attraverso la soluzione politico-parlamentare della crisi senza il passaggio elettorale (“per non turbare i mercati” sentenziava il presidente Napolitano); sul piano politico, tentando di presentarsi come continuazione e eredità di quei movimenti con la coalizione Italia Bene Comune alle elezioni politiche del 2013, nel tentativo di riportarlo nel proprio alveo (e sotto il proprio controllo).

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La sinistra in Italia dopo il 2011
Operazione riuscita, si dovrebbe dire, alla luce degli avvenimenti del 2013-2014 fino alle elezioni europee. Il governo di emergenza, di unità nazionale tra partiti dalle visioni (teoricamente) opposte, diventa governo di legislatura. Le visioni si unificano nel segno del neo-liberismo e le politiche, condivise e rivendicate con orgoglio, sono quelle di destra che tutti sappiamo. Con tutto ciò, non solo l'opposizione è messa ai margini senza una reazione popolare in grado di incidere, ma il Partito della Nazione, riedizione del centrismo, supera la soglia storica del 40%, limite superiore del consenso raccolto dalla DC della Prima Repubblica. Dove sono finiti i fermenti del 2010-2011, dove è finito quel movimento che nelle amministrative si era identificato come arancione? Scomparso? Volatilizzato? Folgorato dalle ricette, o dagli slogan sul #cambiaverso del renzismo? Miniaturizzato dentro gli spazi angusti di Rivoluzione civile o dell'Altra Europa?

Nessuna di queste è una risposta appena plausibile. Un movimento in grado di prevalere in città come Napoli, Milano e Cagliari e di vincere un referendum, contro le previsioni, non scompare, non evapora. Le narrazioni menzognere possono irretire, anche più di qualche individuo, ma non una massa di persone dalle convinzioni alquanto marcate. E quanto alle formazioni di sinistra, non è difficile rendersi conto che la storia politica e professionale dei protagonisti, l'agenda su cui si sono ritrovati a convergere e la base elettorale che le varie componenti “portavano in dote” rappresentavano appena uno spicchio della realtà di quel movimento.
La verità, banale e ampiamente riconosciuta dagli osservatori più attenti, è che quel movimento è andato a ingrossare massicciamente, da una parte, l'area del non-voto (con un picco ineguagliato nelle elezioni che si sono tenute appena dopo le europee in quella che fino allora era stata la regione più politicizzata d'Italia, l'Emilia-Romagna), dall'altra, in particolare nelle politiche del 2013, l'elettorato del Movimento 5 Stelle. Analizzando poi il risultato finale in relazione all'andamento dei sondaggi pre-voto, appare evidente come in questo ultimo caso lo spostamento più rilevante si sia avuto nel corso della campagna elettorale, con un crescendo nelle ultime settimane, quando l'ansia di rassicurare l'elettorato moderato ha portato il gruppo dirigente del PD a sposarne in modo ostentato le posizioni. E a rivelare così tutta la distanza politico-culturale che lo separava dalla cultura caratteristica del movimento che le parole chiave "Bene Comune" avrebbe preteso di inglobare.


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Il polo "pentastellato"


Se ne deve dedurre che il Movimento 5 Stelle rappresentasse allora, e rappresenti oggi, l'interprete più fedele di quelle posizioni e di quella storia? Nossignore. Tuttavia, nonostante la massiccia propaganda tesa a mettere la sordina su questi aspetti per privilegiare il ritratto più comodo offerto dai Vaffa-day, di un movimento di protesta sguaiata, chiunque conosca un minimo la storia del movimento sa perfettamente per quanta parte, alle sue origini, abbia tratto alimento da fenomeni come “Occupy Wall Street” e il Movimento 99%. E come la richiesta di Grillo di candidarsi alle primarie del PD fosse una mossa ingenua (forse) ma volutamente indirizzata a un bersaglio che rivelava un disegno tutt'altro che estemporaneo.
Non era però l'erede, né la continuazione sotto spoglie differenti, di quel movimento, e questo, ritengo, per due ragioni principali. L'asserita trasversalità e l'autosufficienza.
La trasversalità, consistente nel dichiararsi “né di destra né di sinistra”, non sembra abbia avuto matrici ideologiche o culturali mentre si spiega piuttosto come una scelta di posizionamento dettata esclusivamente da valutazioni di opportunità tattica. La destra era quella del Berlusconi contro il cui governo stava montando un rigetto diffuso anche nei settori che tradizionalmente avevano puntato sul “Cavaliere”. E la sinistra era quella che aveva tradito le aspettative di chi aspirava a vedere realizzato un cambiamento radicale di prospettiva ovvero di chi, in altre parole, si era riconosciuto nell'onda arancione e aveva riposto speranze in quel movimento.
Stesso discorso per l'autosufficienza. Allearsi significava contaminarsi, scendere a compromessi con qualche pezzo di quel sistema politico da cui occorreva marcare una distinzione netta.

La strategia di conquista del consenso studiata dai vertici del M5S lo escludeva, come escludeva qualunque caratterizzazione che potesse alienare simpatie all'interno del vasto mondo, assai variegato, che non ne poteva più di Monti, del rigore, dell'emergenza. Tra quei soggetti che assistevano a scelte politiche che anziché contrastare la crisi consentivano agli strati più ricchi della società di arricchirsi ulteriormente. Nel ceto medio in sofferenza, oltre che nell'area crescente della povertà, non solo relativa ma assoluta, che si vedeva costretta ai margini mentre aumentavano a livelli insopportabili le distanze sociali.
Se questa analisi sulla natura del polo “pentastellato” è condivisibile, se ne devono trarre alcune conclusioni. La prima, che non si può liquidare la loro politica come ingannevole o traditrice, nei confronti delle premesse gettate da quello che per comodità abbiamo definito come movimento arancione. E che in ogni caso la loro offerta politica ha fatto breccia su una parte non marginale di quel movimento, e per essere più precisi, sulla parte maggioritaria all'interno di chi non ha rinunciato all'esercizio del diritto di voto. La seconda è che l'aver rinunciato a scegliere una collocazione ha permesso di allargare la base di consenso fino agli scontenti della destra ma non consente di mantenere questa pretesa neutralità di fornte alle scelte che un impegno di governo, a qualunque livello, porta con sé (e anche atti impegnativi, benché non di governo, possono dare un segno che lascia traccia, come l'aver scelto l'Ukip in Europa anziché i Verdi reclamati dalla base).

Ciò non toglie che ci sia un livello basilare che oggi la politica non assicura ed è la buona amministrazione, ovvero il recupero della natura di servizio della funzione di rappresentanza e di governo. E che fin lì il M5S potrà effettivamente conseguire successi e raccogliere consensi. Ma è solo un primo passo e la gravità della situazione sociale ed economica accelera i tempi e costringe ad affrontare in breve tempo scelte molto più impegnative. Qui la terza considerazione: l'obbligo di scegliere porterà sia a caratterizzarsi che a contaminarsi: e si scoprirà se il M5S vorrà e saprà rientrare nel solco in cui oggi si va ricostruendo una sinistra, non solo in Italia. Oppure se vedrà “rompersi le righe” in un nuovo processo di rimescolamento.

E ora?
Queste incognite sono solo una parte di quelle che il futuro dovrà chiarire.
Sarebbe sbagliato relegare in secondo piano il tema dei 5Stelle, ovvero, all'opposto, puntare su una soltanto di queste scelte, come soluzione preferibile nell'ottica di una ricostruzione della sinistra. L'importante è non allentare la presa su queste contraddizioni: senza concedere sconti in una sorta di legittimazione ritardata, viziata da opportunismo, ma senza neppure considerare il M5S come un ostacolo “a prescindere”, avversario da battere e su cui prendere il sopravvento.
Una questione centrale che ci si deve porre attorno al “da farsi” sta però a monte rispetto al quadro delle forze politiche in campo e riguarda i soggetti, le forze motrici che possono alimentare e rendere concreto il processo di ricostruzione di un polo di sinistra nel nostro paese.
Il dibattito è aperto, la questione richiede un dibattito largo, approfondito, con spirito collaborativo (e strumenti adatti a questo scopo) per un punto di approdo che sia quanto più condiviso.

Un'ultima parte di ragionamento va dedicata dunque a questo tema, per portare il classico mattoncino

III - I soggetti del cambiamento

I soggetti della ricostruzione della sinistra. Tra periferie e lavori “svalutati”.
Nella galassia della sinistra dispersa, due tesi prevalgono quando si parla dei soggetti sociali a cui rivolgersi. Una guarda alle periferie, in senso sia geografico (ai margini delle grandi città e dei territori urbanizzati, o nelle aree interne degradate) sia sociale (gli ultimi, gli esclusi, le persone in povertà assoluta). Un'altra immagina di recuperare il soggetto classico, il lavoratore vittima di sfruttamento, aggiornando tuttavia lo schema basato sull'interesse economico in senso stretto (ossia sul conflitto distributivo tra salario e profitto) per guardare alla condizione esistenziale in senso più ampio. Considerando cioè il lavoro non solo come fonte di reddito ma come presupposto per una vita sociale piena e degna e, in definitiva, per la realizzazione personale.

C'è anche chi, in un tentativo generoso di sintesi, prova a far coincidere le due visioni. Per Stefano Fassina, ad esempio (in un suo contributo, comunque stimolante, sulla piattaforma di Sinistra Italiana), il “popolo delle periferie culturali, economiche e sociali, non solo territoriali” è l'erede “degli interessi economici e sociali storicamente rappresentati dalle sinistre”: che hanno però, ormai da un quarto di secolo, abdicato al compito di rappresentarli. Oggi “la questione sociale, in sostanza la questione del lavoro, si identifica con le condizioni delle periferie”. La saldatura dei due aspetti e la ricostruzione di una capacità di rappresentanza passano per la riscoperta del conflitto come “strumento per arrivare alla cooperazione tra interessi diversi” ma anche per la sconfitta della soluzione neoliberista della svalutazione interna (ossia, del lavoro) indotta dall'adesione all'euro.

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L'unità da costruire, tra identità diverse, non coincidenti
Le due tesi sono però difficilmente riconducibili a unità. E richiedono, sia l'una che l'altra, un notevole sforzo di approfondimento per risultare utili alla comprensione di ciò che sta avvenendo e, a maggior ragione, al fine di orientare l'iniziativa politica.
Quanto al “popolo delle periferie”, ad esempio, non sembra si possa far coincidere con la categoria dei “nuovi sfruttati”. Neanche se si allarga il concetto di lavoro oltre i confini del mercato, o se si colloca lo sfruttamento non più nel lavoro ma nel mercato del lavoro, o nel consumo, o ancora (come pure sta avvenendo) nel credito. Nel senso che, se si mette al centro la condizione esistenziale degli strati ai margini (geografici e/o sociali), il concetto di sfruttamento coglie solo una delle molteplici facce del disagio, del malessere, del rifiuto.
Le sassate contro il vetro di un autobus che non collega al centro e passa per di più di rado, o i sacchetti di rifiuti lasciati per protesta fuori dai cassonetti, in mancanza di una differenziata promessa ma mai attivata, con i problemi di igiene e di decoro che ne conseguono, accomunano chi lavora e chi è disoccupato, il nativo digitale sempre connesso e l'anziano costretto in poltrona e collegato al mondo attraverso Mediaset.

Fermiamoci comunque sulla parte del mondo delle periferie e/o degli esclusi a cui è applicabile il concetto di “lavoro svalutato”. Considerarla una condizione unificante anche solo per questa parte, per l'insieme dei lavoratori, sarebbe comunque sbagliato. Il tema della qualità del lavoro, dell'alienazione (termine classico della tradizione marxista che non ha perso il suo significato profondo), non riguarda tutti i lavoratori allo stesso modo. Il lavoro non può essere “rivalutato” per tutti con gli stessi mezzi e con gli stessi risultati. E c'è un non-detto, quando si tocca questo tasto, un tema che la sinistra lavorista, tradizionale o nuova che sia, preferisce rimuovere: lo stato delle organizzazioni di massa che dovrebbero rappresentare, e quindi unificare, quegli interessi.
Se la sinistra tradizionale, come ho argomentato fin qui, adotta le ricette del neo-liberismo e arriva a portarle alle estreme conseguenze, il discorso sui sindacati ammette solo due ipotesi: o sono in qualche modo influenzati da quelle scelte o non hanno la capacità di influenzarle, almeno nella misura necessaria a salvaguardare le posizioni più deboli.
Il tema non è certo secondario, per non dire che si tratta di una delle questioni centrali, ma richiede di essere sviluppato ben oltre i limiti di questo contributo. Poiché però non vorrei meritarmi anch'io un'accusa di reticenza, proporrò due considerazioni, quasi in forma di enunciato.


Il lavoro, tra insider e outsider: un problema per la sinistra usato come arma di ricatto dalla destra.
La prima è che la questione, che ha ormai una lunga storia nel sindacalismo confederale, si presenta racchiusa in una formula, il rapporto insider-outsider, assai ingannevole. Non tanto perché lo sia in sé, ma perché si tratta di un binomio di cui si è molto abusato, nella pubblicistica mainstream, come argomento a favore della deregolamentazione, stravolgendone così il significato. Questo uso distorto e strumentale ha reso più difficile la riflessione e l'elaborazione che il problema, per la sua importanza, richiedeva. Anche se, a onor del vero, la parte più lungimirante del sindacato lo ha affrontato in termini ben diversi da quelli dei teorici della deregolamentazione oltre che con un approccio ben lontano dalle astrazioni ideologiche. Lo ha fatto con molto realismo, mantenendo cioè la questione della precarizzazione strettamente ancorata alla tutela dei settori che il sindacato rappresentava (e riusciva a tutelare) nei fatti. Che erano (almeno dalla fine degli anni Sessanta, da quando l'Italia è diventata a pieno titolo un paese industrialmente avanzato) i lavoratori dipendenti a tempo pieno della media grande industria e del settore pubblico.
In quella impostazione, la difesa degli outsider è fondamentale per gli insider rappresentati, non per un'astratta vocazione all'unità ma alla luce dei fini ultimi della destrutturazione / marginalizzazione di un'ampia fetta dell'economia e della deregolamentazione del mercato del lavoro.
Quei fini consistevano, da un lato, nell'allargare le occasioni per “estrarre valore” e profitti: trattenendo nella sfera del mercato settori a bassa produttività, che ne sarebbero stati esclusi in quanto tecnologicamente poveri perché ad alta intensità di manodopera; ovvero rendendo oggetto di transazioni economiche una serie di prestazioni, tipiche quelle dei servizi di cura alla persona, fin lì confinate nelle mura domestiche, o nella sfera dei rapporti interpersonali, comunque non retribuite.
Ma dall'altro lato, il fine che più interessava ai grandi gruppi economici e finanziari, era quello che la deregolamentazione avrebbe provocato sui salari dei settori meglio tutelati dalla contrattazione e dalle leggi sul lavoro: una spinta poderosa al livellamento verso il basso.
Quest'ultimo aspetto appariva quanto mai chiaro. Eppure nel quarto di secolo che è trascorso da quando il problema si è posto in tutta la sua rilevanza, il sindacato non solo non ha trovato il modo di difendere gli outsider ma ha anche subito in modo sempre più massiccio, e con difese sempre più deboli, le conseguenze della destrutturazione e della marginalizzazione sugli insider.

Qui cade la seconda considerazione, per avvicinarci alla risposta al dilemma iniziale. Riguarda il contenuto e gli obiettivi delle grandi battaglie di resistenza sindacale (anche da parte delle aree più radicali, soprattutto della CGIL).
Non possono esserci dubbi che il peso maggiore lo abbiano avuto quelle per respingere gli attacchi diretti alle tutele contrattuali o legali: contro l'abolizione delle indicizzazioni (scala mobile), contro la parametrazione dei rinnovi contrattuali sulle previsioni di politica economica del governo (inflazione programmata), contro l'abolizione dell'articolo 18, contro il decentramento della contrattazione a danno del contratto nazionale. Battaglie perse, ma prima ancora battaglie condivise e sostenute quasi solo dai diretti interessati, dagli insider.
Sull'altro piatto della bilancia c'è, come battaglia che toccava direttamente e pesantemente gli outsider, solo quella contro l'introduzione di rapporti di lavoro precari. Una battaglia sorretta da rare mobilitazioni di ampiezza paragonabile; combattuta nei luoghi di lavoro senza scaldare troppo i cuori dei colleghi “stabili” (salvo eccezioni nelle categorie del lavoro più “disperso”) e non di rado perfino osteggiate; portata avanti più che altro dalle centrali, confederali e di categoria, con strumenti prevalentemente cartacei, rivolti ai politici (spesso ex-sindacalisti) coinvolti nelle battaglie parlamentari.

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Unificare la rappresentanza: un'idea illusoria. Ricercare piuttosto i terreni di convergenza.
Se si leggessero queste considerazioni come un atto d'accusa nei confronti di chi ha affrontato senza successo la questione dell'unità tra tutelati e esclusi, si commetterebbe un errore. Se di accusa si può parlare, riguarda semmai chi rifiuta ostinatamente di prendere atto dell'insuccesso e di tentare nuove strade. Soprattutto perché si lascia in questo modo campo libero a chi ha fatto del ritornello su insider e outsider un uso volutamente provocatorio e ha offeso l'intelligenza e la dignità di chi deve fare i conti con il clima da Far West che dilaga nel mercato del lavoro italiano, raccontando la favola delle “riforme per i giovani” e del “Jobs Act che abolisce le barriere”.
Meglio piuttosto levarsi dalla testa l'idea che il sindacalismo, quello che conosciamo (parlo di quello confederale, che ancora mantiene una rappresentatività all'interno della parte più strutturata dell'economia) possa unificare nel suo seno, con forme di rappresentanza efficaci, l'universo dei lavori nelle sue diverse forme e in particolare la parte che comprendiamo nel concetto di periferie. Perché è un'idea illusoria e fuorviante.
Meglio porsi il problema di come tornare a difendere efficacemente gli interessi dei settori protetti, che nel frattempo sono cresciuti come contenuti professionali, come condizioni lavorative e come tutela al di fuori dell'ambito lavorativo. E riuscirci prima che si diffondano modelli di rappresentanza “non-union” (extra-sindacali), che non hanno nemmeno più un contenuto e una finalità ostile a quella union (salvo l'effetto collaterale ... di tendere a sostituirla). E, partendo da lì, studiare i modi per stabilire un rapporto virtuoso, collaborativo, tra questa funzione di rappresentanza e quella che deve vedere protagonisti (non solo target ma attori) i lavoratori inseriti in contesti di lavoro junk (spazzatura, termine classico che sta però lasciando il posto al più crudo bullshit nei testi sull'argomento).

Anche all'interno dei sindacati confederali convivono, in aree quasi interstiziali, esperienze (e soggetti) appartenenti a queste categorie. Nel commercio e nei servizi, nell'agricoltura, nell'edilizia. Ma la ricetta non è ancora messa a punto, e neppure sperimentata. Le soluzioni sarebbero a portata di mano, a condizione di cominciare a guardarsi intorno con occhi nuovi. Ci tornerò nella prossima, ed ultima, parte di questo contributo: non prima però di aver concluso il ragionamento sulle periferie, andando oltre i confini del mondo del lavoro senza qualità.


 I soggetti delle periferie, oltre la superficie. I marginali istruiti e aggiornati...
Che la sinistra debba andare a scovare i nuovi soggetti del cambiamento nel mondo degli ultimi è una verità incontestabile (verrebbe meno l'equazione tra sinistra e principio di eguaglianza) ma assolutamente parziale.
Deve, anzi, cominciare da se stessa. Dai militanti più attivi, dall'elettorato più reattivo, più disponibile a mobilitarsi sui grandi temi, dell'ambiente, della pace, della giustizia sociale, dei diritti civili, della democrazia.
Deve guardarsi allo specchio. Si riconoscerebbe così come un corpo sociale piuttosto omogeneo: ceto medio istruito e (per quanto lo si può essere in Italia) cosmopolita. Nelle riunioni si parla la lingua italiana, si usano le tecnologie di comunicazione più avanzate, si è connessi h24 o giù di lì (le notifiche notturne degli smartphone disturbano il sonno, soprattutto se i messaggi provengono dalle parti di Renzi).
Deve però risolvere un problema. Scrollarsi di dosso il peso dell'iconografia classica (che unisce sia i don Camillo che i sor Peppone) sugli intellettuali. Descritti attraverso l'immagine dei rivoluzionari da salotto (riesumata di recente dal Bambea di Guzzanti): con danni limitati perché, seppure poco simpatici, rappresentavano un fenomeno limitato. Ora però la sovrapposizione si è allargata all'immagine dei politici, ben più numerosi e oggetto di esecrazione assai maggiore. Dai giovani rampanti che si fanno largo nelle cordate locali ai leader da salotto televisivo, sono identificati come una casta che ha fatto della funzione di rappresentanza istituzionale una fonte di arricchimento: lecito o illecito, non cambia molto, rientrando nella sfera del lecito tutta una serie di privilegi e di abusi che destano scandalo.
Quello che deve far riflettere, è che i nuovi “intellettuali” sono radicalmente diversi da entrambe le figure a cui sono accomunati.
Dalle figure classiche dei “radical-chic” li distingue la condizione sociale. Nè l'accademia, né i media, né le professioni, sono più in grado di offrire opportunità di realizzazione e di crescita. È proprio in quei mondi che l'ascensore si è bloccato al piano e non si muove, se non aiuta la condizione di partenza familiare. Per chi non sceglie la strada dell'estero, epperò non si rassegna e non cede alla tentazione del downgrading (del progetto di vita, più ancora che del reddito atteso) è facile che il futuro riservi una delle forme di sfruttamento più acuto. Fare ciò che piace, o ciò per cui si è portati o ciò su cui si sono investite energie fisiche o intellettuali, può significare sottostare a condizioni economiche e di vita al limite del disumano, fino ad accettare di lavorare senza compenso. Arrivando al paradosso di figurare come parassiti del consesso sociale essendo viceversa vittime del massimo sfruttamento (il lavoro per il tornaconto di altri senza compenso è una riedizione della schiavitù). Le trappole peggiori sono nascoste nei settori della produzione artistica (e della creazione in genere) e nello sport, dove si possono ancora proporre modelli estremi di ricchezza e di successo (che accademia, media e professioni non offrono più). Ma trappole ancora più pericolose le offrono le grandi organizzazioni criminali, che hanno bisogno di apporti professionali elevati, da remunerare a condizioni che l'economia legale raramente può permettersi.

Dai politici li distingue l'attaccamento al progetto di vita, alla realizzazione di sé. Il DNA, se si vuole. Perché loro, gli “istruiti sempre connessi”, sono in grado di proiettare il proprio progetto di vita entro il progetto di una società diversa, ma possibile, che può realizzarsi solo con una politica diversa. Radicalmente alternativa.


… e gli ultimi. Di nuovo, alla ricerca di convergenze
Che cosa lega, o può legare, questi soggetti ai marginali, agli ultimi?
La risposta può venire solo dall'abbattimento delle barriere create ad arte per tenere separati i due mondi, quindi dal superamento di quella “falsa coscienza” che impedisce di vedere l'interesse comune di cui si è portatori.
Occorre però strappare anche il sipario che nasconde alla vista le complicità, le cointeressenze, gli interscambi che legano i diversi “mondi di sopra”, tra loro e con il “mondo di sotto” che a loro è asservito (e che con gli ultimi spesso finisce per mescolarsi).

Se una conclusione si può trarre da questa parte del ragionamento è allora questa: che se si vogliono individuare i soggetti potenzialmente interessati al cambiamento radicale dell'assetto sociale che si è affermato con la globalizzazione, in una prospettiva informata ai valori storicamente propri della cultura di sinistra, ebbene, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Niente di più sbagliato che voler trovare quello unificante o quello portatore "in sé, dei valori "giusti". Lo sforzo da fare è invece quello di trovare i tratti unificanti e le strade della convergenza attorno a un progetto (una visione, una utopia, o come altro volete chiamarla) possibile (realistico, realizzabile) e convincente.

Ma su quest'ultimo punto occorre insistere, prima di concludere questo lungo discorso.

Credits. Le immagini della III parte sono tratte da "Riscoprire il senso delle periferie" di Enzo Scandurra

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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