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La politica che manca


I "fermenti della sinistra alla prova delle amministrative


La sinistra è in crisi su scala mondiale. Ma contemporaneamente viviamo una crisi dell'assetto capitalistico che sta frustrando le speranze di chi dopo l''89 aveva sperato nella “fine della storia”.
La sinistra non ha avuto schemi interpretativi adeguati per leggere con il nuovo assetto globale ed è stata colta due volte impreparata quando le magnifiche sorti e progressive hanno rivelato tutta la loro fragilità. 
Erano più in fase con i tempi i movimenti no global, per quanto fossero ancora allo stato nascente, ma sono stati brutalmente repressi. 
Solo con l'esplodere della crisi una nuova sinistra ha cominciato a prendere forma, mentre quella tradizionale, imprigionata nel compromesso con il potere economico-finanziario, perdeva via via contatto con la realtà e con gli interessi che era chiamata a rappresentare.
Forse siamo solo all'inizio, ma a sinistra, nel mondo, si assiste a un fermento ...

Tagliando di primavera per governo e PD: altri passi verso destra.

Il trend discendente comincia a preoccupare il PD. Referendum no-triv e amministrative sono due passaggi pieni di insidie.
C'è un nesso tra queste difficoltà e le aperture a sinistra, in particolare per le amministrative? E' un caso che torni d'attualità il tema del voto utile?
Un tagliando al governo Renzi per capire se dietro le aperture si nasconde un'effettiva possibilità di un cambiamento di linea o se il Partito della Nazione e le politiche di destra continuano ad essere segnare la rotta del PD e del governo ...


I numeri del referendum e il futuro del PD


Se la riforma del referendum fosse già in vigore il quorum sarebbe stato raggiunto. Se poi anziché prendere a riferimento la partecipazione alle ultime elezioni politiche (come prevede la riforma) si fosse considerata l'astensione media delle tornate elettorali degli ultimi due anni, i SI avrebbero vinto anche contro la somma dei NO e degli astenuti. Ovvero, all'interno della popolazione che si reca (ancora) alle urne i contrari al prolungamento delle concessioni per le trivelle entro le 5 miglia sono la MAGGIORANZA.

Facciamo il punto sul voto a Roma

A qualche settimana dalla mattinata di CONTACI al Palazzetto dello Sport, mentre si avvicina la data del voto a Roma, ci si domanda se quell'originale esercizio di democrazia deliberante possa avere un seguito tale da pesare sulla scadenza elettorale. Ma anche se debba averlo.
Una prima risposta può venire dal bilancio di quella esperienza.
La soddisfazione di chi ha partecipato era palpabile, ma non può bastare. Occorre ripartire dalle ipotesi politiche alla base del movimento che ha dato vita a quell'evento...

A proposito di voto utile

C'è un vistoso cortocircuito logico nell'argomento del voto utile usato dai renzianissimi del PD. Che sono quelli tra i suoi sostenitori che non accettano critiche all'operato del premier in nome dell'argomento che taglia corto: ”lui ci ha fatto vincere”.


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Lo stato del PD. Un tema rapidamente archiviato



Chissà se qualcuno ricorda ancora che il 20 OTTOBRE 2014 la direzione PD si è riunita per discutere dello stato del partito.

Come deve essere il PD, cosa deve cambiare, erano le domande. Non hanno trovato risposta.

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Sull'uso dell'informazione 

come arma di distrazione di massa in politica

C'è un portato dell'ultimo ventennio che ha piantato radici ben solide e sarà duro da estirpare: l'uso delle armi di distrazione di massa (felice espressione che prendo in prestito da Curzio Maltese e Sabina Guzzanti). Un uso metodico, sistematico, pervasivo da cui pochi organi di informazione e pochi professionisti del mestiere riescono a sottrarsi (va un po' meglio con il web, ma non è esente).
Se ne descrivono due tipi. Il più diffuso (e più palese) consiste nel distogliere con l'intrattenimento e i vari generi “leggeri” l'attenzione del pubblico. L'altro, più raffinato e insidioso, rivolto al segmento più politicizzato (poco incline a distrarsi con il varietà dai problemi del mondo) consiste nel dare spazio alla cronaca politica rendendone però il contenuto inoffensivo, sterile. Come? Ponendo al centro dell'attenzione non i temi della politica e i suoi atti rilevanti ma la raffigurazione del comportamento dei suoi protagonisti, fino al gossip, al retroscena, alle dinamiche interpersonali, fingendo che, per il loro ruolo pubblico, siano essi stessi il centro della politica.

Un esempio da manuale si è avuto nei giorni scorsi con le cronache sulla sentenza d'appello del “Rubigate”.

Si poteva forse pensare di trarne lo spunto per un bilancio politico del ventennio berlusconiano, ma quello è da tempo acquisito, agli occhi del mondo, si dovrebbe dire, e non avrebbe aggiunto granché. La sua statura politica è ormai consegnata alla storia. Il profilo personale è consegnato piuttosto ai vaudeville, alle mascherate carnevalesche, nei suoi aspetti più grotteschi e volgari, ma l'intreccio tra la sua personalità e la degenerazione del potere politico nel nostro paese è stato oggetto, e lo è tuttora, di inchieste di notevole profondità e di grande rigore, di analisi socio-psicologiche e antropologiche. Se ne parla più fuori dai nostri confini che all'interno, ma è anche questo un effetto della distorsione da cui sono partito.
Ciò posto, quale poteva essere l'interesse di quella sentenza? Guardiamo i fatti: una corte ha riformato in appello la condanna in primo grado perché ha valutato che Berlusconi potesse ignorare l'età di una delle prostitute con cui allestiva le sue “cene eleganti” ed ha riletto diversamente il comportamento dei funzionari della questura: quando hanno creduto alla parola di Berlusconi che li ammoniva (in tono cortese) al telefono da Parigi che si sarebbe corso il rischio di un incidente diplomatico con l'Egitto, la Corte si è convinta che abbiano scelto in piena consapevolezza (colpevolmente, si deve dedurre) di violare la legge senza alcuna responsabilità (che, nel caso, sarebbe stata penalmente rilevante) dell'allora Presidente del Consiglio.

Ebbene, si tratta senz'altro di una decisione importante per la vita futura del non più giovane uomo politico (del passato, essendo ormai escluso dall'attività parlamentare) almeno fintanto che non intervenga un'ulteriore riforma al terzo grado di giudizio.
La sua rilevanza storica è tuttavia nulla. Anche perché i giudici di appello di Milano non hanno modificato di una virgola il quadro fattuale emerso dall'inchiesta della procura.


La sentenza può poi essere commentata variamente sul piano giuridico. Ma quale rilevanza può avere questa discussione sul piano politico?
Ci si dovrebbe dunque domandare come mai sia diventata invece, su tutti gli organi di informazione, quasi senza eccezione, il clou della cronaca politica per vari giorni dando il la a una valanga di commenti su due temi: il rapporto politica-giustizia e la solidità politica (quanto a consenso) del percorso di riforma costituzionale.
Due temi con cui, invece, non c'entra niente.

Il rapporto tra politica e giustizia è notoriamente viziato, da tempo, per l'incapacità della prima di affrontare nel suo ambito di competenza una serie di questioni che incidono fortemente sulla stabilità e sulla base di legittimità della rappresentanza politica potendo avere anche, ma non necessariamente, rilevanza penale. Il ruolo di surroga che per questo motivo la magistratura si è trovata ad assolvere è assolutamente improprio ed ha l'effetto non secondario di impedire qualsiasi riforma del sistema giudiziario rivolta a un suo recupero di funzionalità, con grave danno per il Paese. Il problema riguarda perciò un deficit della politica e solo della politica, non il suo rapporto con la giustizia.

La riforma costituzionale, per altro verso, solleva problemi delicatissimi, insiti nella natura stessa di un processo costituente (che si tratti di fondarla o di riformarla sempre di questo si tratta). Sui quali le vicende giudiziarie di un personaggio politico, per quanto influente (se tale deve ancora essere ritenuto, per davvero, il Berlusconi del 2014), non incidono né punto né poco.
Invece si svia l'attenzione accreditando l'idea che di questo si tratti. E mette tristezza osservare che anche dal versante sinistro (da parte di chi è ormai “embedded” in questa “mission” di manipolazione) si fa oltraggio all'intelligenza del pubblico chiamando in causa il tema del giustizialismo: “ci sono stati eccessi …” Come negarlo stante le colpe, di fellonia, del personale politico? Quanto spazio in meno avrebbero occupato i giudici se i politici avessero adempiuto al loro dovere?


Ho preso ad esempio questo caso recente, per il clamore che lo ha accompagnato e per la sua evidenza. Non è però questo il genere di manipolazione e di sviamento su cui penso si debba maggiormente richiamare l'attenzione e per il quale sia giusto indignarsi. Mi ripropongo perciò di tornare sull'argomento anche sulla scorta delle impressioni che ho tratto da una visita che ho avuto modo di compiere negli ultimi giorni nei cinque paesi che con l'Italia hanno fondato l'Unione Europea.

Tra i giudizi critici che hanno accompagnato la nascita del governo Letta, la maggior parte riguarda il ruolo dominante che potrà esercitare il redivivo Silvio Berlusconi. In effetti, è reale il rischio che tragga vantaggio dalla situazione che si è creata, per responsabilità preminente del gruppo dirigente del Pd, caduto in una sorta onnubilamento strategico collettivo. Ad un esame più attento, tuttavia, mi sembra che il rischio più concreto di cui ci si debba preoccupare sia un altro. Senza sottovalutare le sette vite del Cav, ma senza neppure concedergli il vantaggio, una volta ancora, di esagerarne le capacità perdendo di vista le sue debolezze e i cortocircuiti in  cui va avvitandosi.

Il rischio maggiore è che il governo Letta, più che fornire a Berlusconi il viatico cui aspira per i suoi (personali e privati) problemi, si risolva in un ulteriore rinvio per la soluzione dei problemi del Paese. Con l'aggravante che col passare del tempo la loro drammaticità aumenta progressivamente, rendendo sempre più difficili le soluzioni e sempre più penosa la condizione della massa dei cittadini. Questo, a mio parere, il pericolo principale.

Non che di questo non vi sia consapevolezza. Ha anzi costituito uno dei motivi trainanti della campagna elettorale di Bersani ed anche delle sue mosse dopo le elezioni: “Un'alleanza con la formazione che ha la maggiore responsabilità del fallimento della politica nella crisi non farà il bene del Paese”. Questa affermazione tuttavia era contraddetta da quella, usata alternativamente, come fosse equivalente, che “i nostri non lo capirebbero”. Locuzione quanto meno ambigua (non a caso finita nel mirino di Renzi) potendo essere intesa come se il problema nascesse da un deficit di maturità degli elettori anziché da una loro profonda convinzione derivante da una sequenza di fatti fin troppo eloquenti e inconfutabili.

L'ambiguità si è infine sciolta nel peggiore dei modi. Con la formula “il paese lo vuole” (il grande abbraccio), e con il “governo di servizio” coniato da Letta. Ovvero, la “grande coalizione” in versione nostrana, quel pasticcio secondo cui le intese (frutto, certo, di compromessi) sul programma vengono dopo la ripartizione degli incarichi ed il giuramento di fedeltà alla Costituzione, non prima. All'insegna del motto “io speriamo che me la cavo”.

Il ricatto sull'Imu ha fatto suonare il primo campanello d'allarme, quando la fiducia era ancora pendente in uno dei due rami del Parlamento (aspettando il Senato delle Regioni e la fine del bicameralismo perfetto). Ovviamente i ministri (Pd) che, improvvidamente, si erano spinti a delineare le ipotesi di fondo di una revisione della tassa (senza attenuarne la progressività ma semmai rafforzandola, perciò senza l'abolizione anche per le grandi rendite) sono stati messi a tacere. Non si saprà nulla della soluzione che sarà adottata finché non sarà chiarita una serie molto lunga di aspetti pregiudiziali e dirimenti …

E' chiaro che nessuno può illudersi che il governo Letta possa evitare i contraccolpi della campagna elettorale permanente che il Cavaliere condurrà, con la consueta determinazione (fino alla ferocia) e abilità. Ma, per tornare ai cortocircuiti e alle fragilità strategiche di Berlusconi, non dovremmo dimenticare un dato della realtà che lui per primo non dimentica e che nessuno dei miracoli di cui è capace potrà modificare: due terzi degli elettori italiani non lo vogliono più tra i piedi.

Questo dato, che gli osservatori stranieri hanno ben presente, è sorprendentemente messo in ombra da chi più di tutti dovrebbe trarne forza (dalla sinistra, intendo). La campagna elettorale che Berlusconi ha condotto in modo arrembante all'inizio dell'anno gli ha permesso, sì, di recuperare qualche milione di voti portandolo vicino al traguardo del 30% (di coalizione, avendo rimesso in riga perfino la Lega, a costo di cedere il governo della prima regione italiana). Ma ha anche prosciugato irrimediabilmente quella “terra di mezzo”, incerta o indifferente, da cui il suo schieramento traeva la forza per governare senza avere la maggioranza degli elettori (con alle spalle, peraltro, un consenso che superava pur sempre il 40% dei voti espressi).

Tralasciamo di tornare sul tasto dolente, di come sia accaduto che questa ampia maggioranza (quasi due terzi degli elettori votanti) non abbia trovato sintesi in una proposta di governo vincente. Ma non è un caso che l'incubo costante delle notti berlusconiane resti quello di ritrovarsi con un Parlamento unito contro di lui.

Questo pericolo lo ha scampato già una volta nel “pasticciaccio brutto” della rielezione di Napolitano. Ma una simile concomitanza di errori marchiani non può ripetersi, se non altro per  la statistica. E mettere mano al portafoglio, stavolta per comprare un centinaio di parlamentari, costerebbe davvero caro. Dunque i ricatti, pur destinati a continuare, dovranno fare i conti con la contro-mossa di Napolitano, l'arma letale. Le sue dimissioni. E' stato chiaro: non scioglimento delle Camere ma dimissioni. Ed anche i suoi massimi detrattori sanno che, per quanto ispirato da un ideale di concordia nazionale, non è certo Giorgio Napolitano disposto a passare alla storia come il docile apri-pista per l'insediamento di un personaggio come Silvio Berlusconi al vertice delle istituzioni repubblicane, con i corollari drammatici che ne deriverebbero.

Inoltre Berlusconi sa che le pulsioni autodistruttive che hanno animato i parlamentari Pd troveranno un freno potente nella prospettiva di un ritorno alle urne. Gli stessi 101 che hanno impallinato Prodi, convinti (a quanto sembra di capire) che ne sarebbe derivato un rischio di ingovernabilità che li avrebbe rispediti a casa, non esiterebbero un momento ad accordare la fiducia a un governo che, nominato da un presidente eletto senza i voti del Pdl, scongiurerebbe le elezioni agognate da Berlusconi costringendolo all'opposizione.

Dobbiamo dunque fidarci degli incubi del Cav? E' questa la conclusione da trarre? Non scherziamo. Vedo almeno tre grosse incognite nel futuro imminente.

La prima, più banale, è che Letta (e il Pd con lui) non sappia valutare le debolezze strategiche di Berlusconi e ne subisca i ricatti senza vedere il bluff che nascondono. Lo verificheremo presto, quando si saprà, per un verso, la composizione della Convenzione per le riforme e la sua guida, per l'altro, la destinazione della decina di miliardi che dovrebbero rappresentare il “tesoretto” auspicato.

Il secondo rischio deriva dal fatto che l'offerta politica che dovrebbe fare sintesi dei variegati sentimenti, interessi, aspirazioni, sogni, del multiforme popolo “a sinistra del Pdl” non è disponibile sul mercato. Né si intravede all'orizzonte alcun progetto politico solido, credibile, che si ponga quell'obiettivo. Il prossimo congresso del Pd dovrebbe servire proprio a farci capire qualcosa in questo senso. Se non a concretizzare quell'offerta, quanto meno a sciogliere il dubbio se sia quello o meno il progetto del Pd, starei per dire il compito. E se esiste una leadership (collettiva) capace di guidare questa impresa e un leader in grado di impersonarla e unificarne il volto.

Matteo Renzi, se qualcuno dovesse pensare a lui, si è detto convinto, finora, che il progetto  debba andare in direzione opposta, alla conquista del centro, dei moderati. Una visione inattuale e irrealistica, figlia di un modello sociale che il liberismo ha demolito. E non appare, intorno a lui, una leadership convinta del contrario. C'è perciò ancora molta strada da percorrere e il mio timore è che il macigno Berlusconi sia, sì, da rimuovere, ma rischi di fare velo e funzionare perfino da alibi per ingigantire le difficoltà del percorso.

Vi è infine un ultimo rischio. Preferisco limitarmi ad evocarlo senza approfondirlo. La storia ci insegna che nell'Italia del dopoguerra un intrico di forze eversive, mai definitivamente debellate, è regolarmente entrato in scena ogni qualvolta si sia posta una concreta eventualità di cambiamento in direzione di una maggiore giustizia sociale.

In conclusione, anche se la strada a me sembra tracciata, percorrerla fino in fondo non sarà impresa facile, come non è mai stata finora. Il tempo stringe, tuttavia, e ogni minuto perso sarà una tragedia.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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