Passa ai contenuti principali

Radiografia (semiseria) di uno psicodramma di fine legislatura

Parliamo di Renzi in modalità light, per una volta. Senza maramaldeggiare però: anche se a lui è sempre piaciuto tanto, è un comportamento riprovevole.

LA SCELTA DEL GIALLO manifestazione 

Allora: si sente dire, dagli specialisti del gossip politico, che nei salotti che contano, colà dove si puote”, non ne possono più dell’ingombro Renzi. E che, avendo deciso di fare di tutto per  liberarsene, stanno provando a seguire due strade. Perché  qualunque stratega che si rispetti deve sempre avere pronti i classici Piano A e Piano B.
Se non funziona la strada principale (A), quella che hanno imboccato per prima, la ricerca di un Macron italiano che lo disarcioni, si può tenere di riserva un ritorno sulla strada vecchia (B). In fondo si tratta di una ricetta collaudata, anche se mai prediletta: contrapporgli un sano democratico di sinistra moderata, convinto assertore della linea neo-liberista (“temperata” dalla compassione). Non più il Bersani della non-vittoria o il Prodi della preistoria (prima della notte dei 101) ma il vincitore di una competizione tra i “volti nuovi”. Che a passarli in rassegna non sono esenti da gravi pecche. E sarebbero: Pisapia (ma Milano non è più Milano-Italia dai tempi del Lerner giovane), Franceschini (un CV da eterno rimpiazzo), Orlando (inteso come Andrea, reduce dal risultato trionfale delle primarie PD: Leoluca funzionerebbe sicuramente di più ma è ancora meno nuovo di Pisapia).
Questa ostilità sorda (ma non silente, visto che ormai ci si fanno i titoloni di prima pagina e gli editorialoni dei direttori emeriti) è giunta al fiuto dello scaltro fiorentino che ha a sua volta due piani per sconfiggerla: andare col nemico storico dei suoi attuali nemici o andare lancia in resta all’attacco del mondo intero contando sulla forza e la disciplina della sua guardia repubblicana.

LA SCELTA DEL GIALLO pulizia

Il primo, che per forza di cose dobbiamo considerare il piano B., è quello che tutti danno per scontato, anche perché il secondo più che un piano appare una mossa disperata. Tuttavia il primo ha alcune controindicazioni: 
  • non può ammetterlo se non dopo le elezioni, sennò vanno ancora peggio
  • non è prevedibile che ci siano i numeri
  • non sono rassicuranti i precedenti (costanti) del partner
È così che, perso per perso, si sta orientando verso la fine eroica. Ispirato dal vate: “L’armi, qua l’armi. Io solo combatterò, procomberò sol’io.”
Il piano non è però eseguito alla perfezione e la parte è molto mal recitata. Dovrebbe declamare e invece si mette a berciare, e i suoi “communicators” fanno girare a palla, a reti unificate, proprio i passaggi più sguaiati del drammone recitato davanti ai circoli milanesi come avvertimento preventivo al prode Pisapia.
“Rispondo ai voti”, "rispondo alle primarie non ai capicorrente”, “non faccio caminetti”
Sceneggiatura di quart’ordine:
  • perché la gente gli sta chiedendo di rispondere proprio ai voti: quelli persi in una quantità e con una progressione che per un’azienda quotata a Piazza Affari provocherebbero una sospensione per eccesso di ribasso
  • perché il problema delle primarie è che evidentemente non tutti i suoi voti da segretario si ritrovano poi nell’urna al momento delle secondarie (come mai?) 
  • perché chi chiede, non più posti ma semplicemente che il suo posto sia lasciato ad altri, non è a capo di qualche corrente nel suo partito ma siede nei posti di comando da cui lui fino a ieri ha preso puntualmente ordini
  • perché se non avesse rievocato i caminetti nessuno avrebbe fatto caso, magari, alle sue radici e alla sua cultura di provenienza.
LA SCELTA DEL GIALLO riunione di partito

Infine, sceneggiatura a parte, anche dei responsabili della scenografia non si può non pensar male e sospettarli di lavorare per i suoi carnefici (devono essere gli stessi che hanno concepito la scenografia della manifestazione per il 25 aprile). Solo che stavolta le magliette gialle sedute sul palco alle sue spalle (ritratte di nuovo nel dopo riunione a circondarlo festanti) contrastano vistosamente con le prime file di quelli che dovrebbero essere i suoi fedelissimi: che dovrebbero apparire entusiasti e appaiono invece attoniti.
C’è da capirli. Non stanno passando momenti facili, anche se devono aver fatto una certa abitudine alle mutazioni camaleontiche che la storia travagliata del loro partito ha richiesto loro in passato. 

Anche un'analisi della loro provenienza poi dà da pensare. Dovrebbe significare qualcosa la presenza preponderante nel gruppo dirigente ”ristretto” di ex democristiani delle regioni rosse e di dirigenti (sia ex PCI che ex DC) del nord che ha voltato le spalle alla sinistra
I primi, allenati e scafati da una lunga conoscenza (e competizione, sempre perdente) con gli ex PCI, sono stati pronti ad approfittare dei limiti della loro cultura terzinternazionalista (che li porta a santificare il capo e ad assoggettarsi alla disciplina del centralismo democratico) per prendersi una rivincita. 
I secondi abituati a vestire i panni della destra per risultare graditi ai benpensanti (mentre i “reietti” si spostavano sulla Lega lasciandoli fregati due volte) erano pronti a santificare chi, almeno una volta, con quella politica di destra li ha portati a vincere.

Prime file PD (riunione di partito - 1 luglio 2017)

Eppure, se ci sono regioni dove il consenso del PD non cala vistosamente sono quelle del Sud. I cui capi, leader maximi, si tengono però lontani. E, pur amando molto farsi venerare in patria, si guardano bene dal farsi vedere in prima fila nelle occasioni nazionali. Quando non prendono apertamente le distanze, come nel caso del suo competitor barese alle primarie. Mentre i sottocapi fanno finta di non conoscerlo, per motivi talvolta nobili (cercano spazio per un’altra politica, alternativa e in conflitto) più spesso ignobili (una politica da tenere in ombra, senza dare troppo nell’occhio).
Così, nessun meridionale nel gruppo ristretto. Al governo, da Roma in giù, solo qualche ex fedelissimo di D'Alema: De Vincenti, Bellanova e, ultimo acquisto pregiato, un “irregolare” come Minniti. "Irregolare" nel senso che il cerchio ristretto che lo vede in posizione preminente è esterno al PD. Lo si potrebbe quasi definire una “riserva della Repubblica”.
Ricorda qualcosa? 
Con uno così è sicuro che Renzi fa bene a stare sereno.

Sia chiaro, si è scherzato, suvvia!

Incontro italo-franco tedesco sui migranti - 2 luglio 2017

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…

Sistema elettorale e crisi della democrazia

La discussione sulla nuova legge elettorale è ferma in attesa del risultato delle primarie del PD (scontato, conterà solo l'affluenza), ma è convinzione generale che l'esito si discosterà di poco da quello disegnato dalla Consulta con la sua sentenza sull'Italicum. Un sistema proporzionale. Soglie, premio (al partito o alla coalizione), capilista bloccati: queste le sole incognite. Poi si dovrà trovare il modo di applicarla al Senato e disegnare i collegi. Pochi si aspettano sorprese.

Elettori alle urne: per decidere cosa? La domanda che si pone, così stando le cose, è la seguente: a quale scelta politica di fondo saranno chiamati gli elettori? Tra quali alternative di governo realisticamente possibili eserciteranno il loro diritto/dovere di scelta? e (se non è utopia) tra quali programmi alternativi? Stando ai sondaggi degli ultimi mesi, la risposta, secca, è che non solo non ci saranno alternative possibili tra cui scegliere ma non ci sarà nessun vincitore. C'è di pi…