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Che cosa si coltiva nel Campo Progressista

Non si può dare torto a Pisapia: la sinistra non può costruire la sua unità sul rancore (contro Renzi). Né può dare vita a una ”alchimia elettorale, somma di partiti” basata sul terrore per la soglia di sbarramento. Occorre una solida base programmatica, definita dando voce agli elettori, perché tornino di nuovo protagonisti. Anche nella scelta delle persone.
Su queste affermazioni, contenute nel documento-appello di Campo Progressista, non si può che essere d’accordo. Ma non stanno insieme in modo convincente se si insiste nell’attribuire il NO al referendum a rancore per Renzi. Certamente, se le cose stessero così, quella sinistra sarebbe una pessima compagnia da cui stare alla larga. Ma il fatto è che le ragioni di quel NO sono parte importante, pesante, della base programmatica da costruire perché lo sono per una grande parte della sinistra da rappresentare. Anche chi non le ha condivise e ha sostenuto il SI deve misurarsi nel merito delle questioni che il referendum ha sollevato. Per intenderci: il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo, magistratura, istituzioni di garanzia; tra elettori e Parlamento; tra Stato centrale e autonomie; tra potere politico e “corpi intermedi”, o rappresentanze sociali.


Non si può pensare di eludere questioni di questa portata. E guai a cedere terreno alla propaganda (questa sì, antipolitica) che dipinge l’elettorato come indifferente (e ignorante) quando si tratta della qualità della democrazia e del vivere associato. Al contrario, tutti gli osservatori più attenti e più acuti attribuiscono proprio al degrado della funzione politica la ragione ultima della reazione di rigetto cui si assiste. E nelle proposte di “semplificazione” e di “disintermediazione” (ovvero, di accentramento autoritario) vedono, anziché un antidoto, un chiaro sintomo di quel degrado. Per questo un programma di governo della sinistra non avrebbe senso compiuto se non contenesse un chiaro pronunciamento su queste scelte. Su cui infine saranno gli elettori, protagonisti della costruzione del programma, a decidere. Non tra lasciare le cose come stanno o cambiarle ma tra cambiarle in senso antidemocratico o a favore di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica.


Non a caso, se esaminiamo che cosa si coltiva nel Campo Progressista, scorrendo i temi delle “Officine” in cui lavorano ai contributi di merito, nel capitolo Democrazia si legge che “un soggetto politico inclusivo e progressista non può che confrontarsi su come ricostruire le basi di una nuova cittadinanza politica e sociale attraverso un ripensamento radicale di forme di partecipazione”; e nell’appello, a proposito di metodo di governo, che si deve “decidere insieme anziché da soli, nel confronto con le parti sociali, nell’apertura al civismo” con un richiamo (pertinente) alla “valorizzazione della dignità del lavoro“. La Costituzione, i valori da difendere nel disegno dell’assetto istituzionale, sono insomma, anche in quel Campo, il primo tema. Che impone la massima chiarezza.
Per il resto, occorrerà seguire lo stesso metodo sulle questioni fondamentali, sia per giungere a un giudizio condiviso sull’operato dei governi, almeno nelle ultime due legislature, sia per delineare un’idea di governo alternativa al “pensiero unico”. Evitando magari di ripetere l’esperienza delle centinaia di pagine del programma dell’Unione ai tempi del Prodi2.


In questa ottica appare giusto lasciare aperte, come sembrano voler fare le “Officine”, molte delle scelte di merito, poste in forma di domanda. Ma occorre esplicitare la cornice di principi condivisa in cui si pongono: e sorprende che nei materiali fin qui prodotti in quel Campo, proprio la Costituzione non sia citata, se non in tema di diritto d’asilo e di carceri: pure importanti, ma i principi di fondo? Così come sorprende che non siano nemmeno citati alcuni temi chiave come, tanto per fare qualche esempio, il fisco, l’evasione e la progressività (che, per inciso, sta diventando il tema qualificante della rimonta laburista in UK), o il primato del pubblico e della laicità nella sistema scolastico. Se si arriverà a un lavoro partecipato e condiviso, sarà quello il momento per colmare le lacune. 
È questo il metodo di lavoro che sta seguendo anche il Movimento 5Stelle? No, perché per loro si tratta di dire solo dei si e dei no su proposte costruite da “esperti”, anziché facilitare e moderare una costruzione che poggi su una partecipazione più ampia, sin dall'inizio. Gli strumenti tecnologici per farlo sono disponibili, senza bisogno della Casaleggio & C., e in molti ambiti si stanno già utilizzando o almeno testando. Non sarà difficile allargarne la portata, a condizione di ritrovarsi su premesse comuni.


Mi sembra poi tutt'altro che trascurabile l’importanza che nel documento-appello si dà ai processi partecipativi e al diritto dell’elettore di “scegliere un’offerta che lo rappresenti”. Non è secondario, lo considererei anzi decisivo in una situazione in cui l’elettore avrà poca scelta nella scheda elettorale. Per questo sarà bene che gli si dia in anticipo la possibilità di incidere. E non è trascurabile che la prima risposta pervenuta in proposito da “Articolo 1” per bocca del Presidente della Toscana, Enrico Rossi, vada nella stessa direzione (“saranno le scelte dei nostri elettori e militanti a dare il profilo culturale e politico di cui c'è bisogno e a individuare le donne e gli uomini che dovranno impegnarsi a rappresentarlo”).
Sbaglierebbe chi si limitasse a considerarlo un problema secondario, di regole e procedure, poco interessante per gli elettori. O, peggio, lo scartasse per la pessima prova, di inquinamento e degenerazione, data dal PD in alcune parti del paese. Fare le primarie (anche parlamentarie) e farle bene (come trasparenza e partecipazione) è la chiave per scattare oltre la doppia cifra e per tagliare corto su qualunque richiamo al “voto utile”. E se giungesse qualche segnale già dalle amministrative, diventerebbe realistico immaginare di prevalere in un certo numero di collegi uninominali…



Ma qui il cerchio si chiude: è sul percorso che non solo ci si dovrà accordare ma si dovrà soprattutto essere convincenti. Del rancore (soprattutto quello “amico”) e delle alchimie (ossia del terrore) non dovrà restare nemmeno il sentore.






I dipinti riprodotti sono di Vincent Van Gogh (Zundert, 1853 - Auvers-sur-Oise 1890)

Commenti

  1. Caro collega, grazie delle illustrazioni : 2 quadri non li conoscevo. GDZ.

    gent.mo Giovanni, tu scrivi
    "..... scorrendo i temi delle “Officine” in cui lavorano ai contributi di merito, nel capitolo Democrazia si legge che “un soggetto politico inclusivo e progressista non può che confrontarsi su come ricostruire le basi di una nuova cittadinanza politica e sociale attraverso un ripensamento radicale di forme di partecipazione”;.
    Già, ma come in forma pratica ed operativa ? Vediamo l'esempio negativo della rete dei grillini che pensavano di aver scoperto la via alla democrazia ........
    "......e nell’appello, a proposito di metodo di governo, che si deve “decidere insieme anziché da soli, nel confronto con le parti sociali, nell’apertura al civismo” con un richiamo (pertinente) alla “valorizzazione della dignità del lavoro“......."
    Ma quali sono oggi le parti sociali ? solo i sindacati che peraltro hanno perso consenso e rappresentatività ? Quali parti sociali esprimono sinceri valori democratici, anzichè interessi lobbistici o quantomeno anguste visioni limitate alla propria catagoria ? Civismo, dignità del lavoro : su quale albero le troviamo pronte da cogliere ?
    GDZ

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