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Macron, il nuovo, il dejà vu


C'è un buon motivo, largamente condiviso, per gradire l'elezione di Macron: la sconfitta, più sonora delle previsioni, della Le Pen.
È anche molto diffusa, nell'informazione mainstream, la soddisfazione per la novità che rappresenta avendo rimescolato profondamente l'assetto politico della Francia e aperto una fase di discontinuità negli schieramenti. Nei circoli europeisti poi si arriva all'euforia: quelli conservatori, perché ha respinto l'assalto degli scontenti dell'Europa sventolando, prima ancora del tricolore, la bandiera blu a dodici stelle (quella che Renzi faceva sparire dallo sfondo quando si viveva Gianburrasca); quelli riformisti, perché ha dichiarato di voler modificare l'architettura istituzionale dell'UE ampliando lo spazio di rappresentanza democratica.

Sperare in Macron scommettendo sui miracoli?
Ma per chi non si riconosce nel pensiero mainstream e lavora per un'alternativa di sinistra, nonostante la fase di ripiego (eufemismo), quale motivo di soddisfazione può esserci, a parte il primo?
Si può capire l'anelito di speranza che affiora nei commenti di chi si aggrappa all'idea che “esistono le sorprese nella storia”i per cui Macron potrebbe smentire se stesso. Ma in politica non c'è spazio per la speranza: il suo curriculum racconta un'altra storia, e le prime mosse non la smentiscono.


Per inciso, sarebbe opportuno riconsiderare con un occhio meno sentimentale anche la scelta di Mélenchon di non schierarsi al ballottaggio: l'argomento che ha dilagato tra i benpensanti di casa nostra – la sinistra non può non scendere in campo quando si tratta di contrastare il pericolo fascista – a ben vedere, è pelosetto alquanto. Presuppone che l'elettore sia guidato più dalle emozioni che dalla ragione: errore simmetrico a quello che descrive l'elettore arrabbiato “anti-sistema”. Ma non è un'immagine realistica quanto piuttosto un quadretto di comodo: l'elettore oggi sarà pure come un undicenne di media cultura ma come quelli maneggia smartphone e apps: quindi, guarda i sondaggi e vota con la testa molto più che col cuore. Sbagliando talvolta (Trump) ma ragionando.
L'elettore di sinistra, contrario non al sistema democratico, come si vorrebbe fare intendere, ma a un potere che pensa tradisca i principi alla base della democrazia moderna, sa far di conto. E sceglie. Dovendo decidere se far trionfare l'espressione di quel potere rispetto al parafascismo, che pure considera il pericolo principale, destinato però a soccombere, oppure tener bassa la partecipazione in modo che anziché un trionfo sia una vittoria che nessun sole radioso illumina, sceglie la seconda alternativa. E fa sì che il risultato, 66 a 34, sia, sì, migliore delle previsioni come percentuale (pur lontano dal trionfo di Chirac su Le Pen padre), ma sotto le aspettative quanto a voti assoluti.


Disegniamo gli scenari probabili
E adesso? Domandiamoci cosa accadrà e proviamo a darci qualche risposta realistica. 
Ad esempio, la cooperazione rafforzata, che Macron offre per prima a Frau Merkel, avvicina la Germania all'Europa meno veloce, il sud mediterraneo, o punta a sganciare la Francia da quell'Europa per avvicinarsi alla Germania? La rappresentanza parlamentare europea (area Euro) che il “nuovo”, giovane Presidente francese vagheggia e sollecita, assomiglia più a una Comune improntata agli ideali dell'uguaglianza e del benessere diffuso o a un'assemblea votata all'austerità? E poi, intenderà rinunciare al monopolio da parte della Francia, in Europa, dell'arma della “deterrenza nucleare”? E quando promette di rimettere mano alla Loi Travail spaventa più i padroni o i lavoratori salariati e i precari?


Fede nei miracoli a parte, il giovane Enarca, al di là delle sue qualità personali su cui non ho nulla da dire, sembra costruito in laboratorio per impersonare il leader ideale della politica sognata dalle élite economico-finanziarie. La politica delle larghe intese, quella del “pilota automatico”, pura tecnicalità al servizio del mercato. Attenzione: non la politica che corregge le deviazioni, le storture e le ingiustizie del mercato governandolo, ma quella che lo asseconda rimuovendo gli ostacoli che esso stesso si crea nel suo funzionamento. Dunque la politica asservita, che fa del mercato un super-dominus, un ultra-tiranno, e ne amplifica i danni.
Allora, davvero Macron è la soluzione vincente per i problemi del mondo attuale, o non piuttosto parte del problema (se non espressione massima di quei problemi)?

L'anomalia italiana (negativa)...
Al ramo italico di quelle élite Macron non può non piacere. Ma che piaccia alla dirigenza di un partito come il PD, destinato ad essere la prossima vittima della Pasokizzazione dilagante, è uno dei sintomi più drammatici del declino della nostra vita politica. Perché l'Italia è l'unico paese del cosiddetto mondo sviluppato dove la crisi della sinistra non produce un sommovimento da cui emergono nuove espressioni, non mature, non ancora vincenti, ma riconoscibili e in crescita. L'unico dove la sinistra tradizionale, quella che ha tentato di domare la tigre e convivere con il mercato globale, planetario, è implosa ripiegando in gran parte a destra, verso la politica del pilota automatico.


Ma se il pilota automatico significa, in sostanza, una politica che si ritrae e si fa ancella, la prima vittima della latitanza della politica è necessariamente la sinistra, che nel primato della politica, ossia della rappresentanza degli interessi dei cittadini sovrani anziché dei detentori dei capitali, trova la sua stessa ragion d'essere.

... e gli anticorpi
Attenzione, ancora. Questa anomalia italiana ha un segno negativo ma può essere considerata figlia di un'anomalia storica che, se recuperata e riscoperta, darebbe alla nostra sinistra un grande potere d'attrazione. Perché la storia dell'Italia del dopoguerra ha una sua peculiarità proprio per aver comportato per (quasi) mezzo secolo un'egemonia della politica del compromesso. “There is no alternative” non è un motto originale della sig.ra Thatcher ma il tratto distintivo della politica italiana della Prima Repubblica. Da un quarto di secolo l'Italia non riesce a uscirne ma in compenso nel DNA del popolo italiano sono entrati i geni antagonisti di questa patologia.

Il centrismo, che è la traduzione in geometria euclidea della politica come pura tecnica, del né-né, delle larghe intese, delle “Große Koalitionen”, ha prodotto dopo il '92 una reazione di rigetto. Da allora, a malapena ha attirato un elettore su dieci, si trattasse di Casini, di Monti o di Rutelli.
È questo che spiega, oltre a un camaleontismo à la Zelig e a una fondamentale mancanza di coraggio, la differenza tra un Macron e un Renzi che non ha mai tentato la strada della costruzione di un partito tutto suo. Uno come il suo amico Rutelli, che dal PD aveva già provato ad uscire, gli deve aver fornito argomenti molto convincenti, di vita vissuta, per dissuaderlo dal provarci.


Il caso Germania
Sento obiettare, a queste considerazioni, che la Germania, leader europea indiscussa, dimostra come il modello possa funzionare ed essere vincente. Ma questa affermazione nasconde un errore di prospettiva. È vero che anche in quel Paese la politica ha fatto un passo indietro: ma la Merkel si fa forte non di questa, che è una debolezza del sistema, ma della tenuta della rete, della infrastruttura che, nata grazie alla sconfitta bellica (come osservano concordemente più o meno tutti gli storici), si è consolidata nel ventennio socialdemocratico. Fatta di Mitbestimmung (partecipazione dei lavoratori e doppio canale di rappresentanza), di federalismo “forte” (decentramento spinto dei poteri) e di Welfare universalistico. Una infrastruttura che resiste nonostante la grande coalizione: mentre è questa che scricchiola perché, se in origine era un vero compromesso frutto di negoziati faticosi e molto formalizzati (altro che inciuci), diventa ora sempre meno efficace nella misura in cui uno dei due partner (SPD) sta diventando sempre meno distinguibile e alternativo a quella che in teoria dovrebbe essere la sua controparte politica.

Vittorio Foa e Pietro Ingrao
Se la sinistra italiana sapesse riscoprire l'originalità e la fecondità della cultura delle sue origini (la riscoperta di Gramsci sarebbe un buon segno, se non avvenisse soprattutto oltreconfine..., e forse i tempi sono maturi per ricomporre la frattura tra la sinistra terzinternazionalista e quella azionista, a settanta anni di distanza...) e se facesse finalmente i conti fino in fondo con l'opportunismo, il tatticismo, il provincialismo che ne hanno frenato le potenzialità ...

Calamandrei Ingrao e Longo

NOTE

iG. G. Migone, in “Adesso provi a smentire se stesso”, il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2017, riprendendo una frase dello storico americano Eric Foner

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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