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Se questa è una classe dirigente


Il premier Gentiloni, con tutto il candore di cui è capace, si è impegnato solennemente davanti alla platea della Confcommercio, per stabilire a breve una nuova "regolazione seria e diversa per il lavoro saltuario e occasionale".
Ora, è pur vero, che la materia del lavoro non è mai stata una sua passione e non è al centro dei suoi pensieri. E che l'abbraccio mortale in cui lo avvolge l'ex premier lo costringe a dedicare molto più impegno e attenzione al tema dell'alleggerimento della pressione fiscale, troppo alta sulle imprese, troppo poco attraente rispetto ai paradisi fiscali per i ricconi in giro per il mondo. E merita anche comprensione (diciamo) per il tipo di apporto che in materia di lavoro gli fornisce il Ministro competente. Ma dovrebbe almeno aver avuto sentore, nel corso della sua lunga carriera politica, del fatto che prima dei voucher il lavoro saltuario e occasionale era regolato da leggi e contratti.


Così come dovrebbe sapere che, in epoca recente, le pressioni della parte più arretrata del mondo imprenditoriale avevano già tentato di fare in modo che a quel tipo di rapporto di lavoro si potesse ricorrere con una certa facilità e a condizioni nettamente più vantaggiose. È avvenuto quando Berlusconi, Maroni e Sacconi si sono proposti di mettere le mani sul diritto del lavoro che dopo la Resistenza era stato costruito, in ossequio alla Costituzione dell'Italia democratica, non senza sacrifici e lotte durate un quarto di secolo.



Invece il premier gentile arriva a Cernobbio e dà a vedere di non rendersi conto che dietro le proteste per l'abolizione dei voucher si celava un timore di tutt'altro segno che quello di non poter più ricorrere al lavoro occasionale. Sfida anzi, impavidamente, le ire della CGIL (e magari, in questo caso, di tutti i sindacati per una volta uniti) instillando il sospetto che il referendum volesse strizzare l'occhio al lavoro nero, o impedire alle famiglie con serie difficoltà di gestione delle incombenze quotidiane di assumere colf e badanti.
Così facendo, ci ha autorizzato a ritenere di essere uno dei pochi creduloni che non si sono resi conto che l'abolizione dei voucher ha solo tolto di mezzo uno degli espedienti più facili, più a buon mercato e più "benedetti" dalle istituzioni per schivare i vincoli di leggi e contratti su retribuzioni e diritti e per coprire il lavoro in nero, soprattutto nella versione 2015 voluta da Renzi-Sacconi.


I voucher (introdotti nella forma di “buoni lavoro) di per sé non avevano quasi nessuna utilità pratica e per anni nessuno si era accorto della loro introduzione (legge 30 del 2003). La loro liberalizzazione, che ne ha fatto uno strumento nelle mani di ogni genere di furbastri, dell'industria, dell'agricoltura, dell'edilizia, del commercio e dei servizi (anche “avanzati”, se tali si considerano i call center) è stata, nel 2015, un vero e proprio sconcio. Coerente peraltro con l'abolizione dell'articolo 18 che di fatto, per i sotterfugi a cui si è fatto ricorso con il Jobsact, è arrivata a consentire anche i licenziamenti discriminatori, contro tutti i trattati internazionali in materia di lavoro, almeno finché non sarà sancito dalla Suprema Corte l'oltraggio compiuto nei confronti della nostra Costituzione.


Non è facile ritenere che il premier sia così credulone. Certo è che se si trattasse piuttosto della classica faccia di bronzo, allora non ci sarebbe da stupirsi per un'altra affermazione contenuta nel suo storico discorso ai commercianti, che sarebbe altrimenti stupefacente. Eccola, ripresa da tutti gli organi di informazione come passaggio chiave: "dobbiamo ricreare un clima di fiducia nel Paese".
Davvero arduo pensare che “ci sono”, ovvero che non “ci fanno”. Che davvero non sappiano spiegarsi come mai, nonostante i peana e le odi cantate dal capo-scout all'"Italia che riparte", le fanfare a reti unificate e giornaloni asserviti, il clima di fiducia sia crollato.
Nossignore, la verità è che sono proprio convinti che il 4 dicembre sia stato rimosso dal popolo italiano.
Quello di cui invece non si rendono conto (in questo senso, sì, “ci sono”) è che se si rivotasse ora anziché il 40% raccoglierebbero ancora meno, che la grande maggioranza non vede l'ora di toglierseli di torno.


E che la mancanza, ad ora, di una maggioranza radicalmente alternativa non può essere motivo di speranza per loro. E l'alternativa radicale non è il populismo retrogrado e nazionalista impersonato dalla destra razzista e fascistoide, che fornisce loro gli alibi per la politica di destra di cui sono gli esecutori (vedi gli ultimi provvedimenti che si accaniscono contro i poveri e le vittime delle disgrazie prodotte dalle guerre e dalle ingiustizie). La sola alternativa radicale che può offrire una via di uscita e “restituire fiducia” ai cittadini è quella che affonda le radici, morali e culturali prima che politiche, nella sinistra democratica. Un'alternativa che si presenta oggi debole, incerta, divisa.

La convinzione di poterne trarre vantaggio è ben radicata nei palazzi del potere, dove continua a risuonare il “Non C'è Alternativa”.

Ma questo stato di cose è solo motivo di preoccupazione per la democrazia, che il loro operato sta mettendo a repentaglio nel nostro Paese come in tutto il pianeta. Una preoccupazione a cui siamo chiamati a dare risposta.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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