Passa ai contenuti principali

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.


Chi è Jeroen Dijsselbloem
Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più decisionista (à la Renzi) il premier, passato da un percorso di dirigente aziendale, più teorico (e meno spigliato) il nostro, passato per un'esperienza da amministratore locale. Senza bisogno di un #Jerounstaisereno, la soluzione a un dualismo che poteva creare qualche imbarazzo è stata trovata grazie al benigno aiuto della UE a trazione tedesca. Non ci ha guadagnato l'Eurogruppo, ma il nostro ha evitato di essere coinvolto nel tracollo del suo partito passato nelle recenti elezioni da 38 a 9 seggi. Perché tra l'originale liberaldemocratico e la copia laburista gli elettori hanno preferito … i verdi di sinistra e i socialisti radicali.
Al personaggio le battute non riescono bene. E nella sua formazione l'aspetto comunicazione è rimasto un po' negletto. Quindi si è infognato in quella frase su donne e alcol che l'ha sputtanato in tutta Europa (anche quella del Nord e dell'Est, avendo entrambe qualche problema in più sulla spesa per donne e alcol rispetto al Sud).


La battuta infelice e la verità sgradita
Però, venendo alle cose serie, dobbiamo dirla tutta: invece di parlare per metafora (rozza, per di più) avrebbe potuto dire chiaro e tondo quello che aveva in mente, ossia che “se la flessibilità che vi viene concessa per la spesa pubblica la usate per mance elettorali e per regali ai ricchi, non venite poi a lamentarvi con noi”. Se lo avesse fatto, avrebbe confermato comunque il suo credo liberista, ma almeno tutta Europa avrebbe capito con chi ce l'aveva: il Sud è vasto, articolato, e il bersaglio non era la Francia né gli stati iberici né la Grecia (che mance e regalìe non se le sogna). E sarebbe anche risultato chiaro come mai il primo a reagire, con foga belluina chiedendo le immediate dimissioni - manco fosse Lotti - è stato il sosia di Rutte che ha governato l'Italia per mille giorni fino al 4 dicembre. E, pur senza nulla concedere all'operato del Presidente dell'Eurogruppo (e della Troika), su quella affermazione sarebbe stato difficile dissentire (pretoriani renziani a parte).


La politica europea e gli alibi dell'Italia
Questa riflessione purtroppo, per la goffaggine e la cultura un tantino razzista del nostro, è stata impedita. E il mainstream nazionale può impunemente continuare a accreditare l'idea che se l'Italia non cresce, se limitiamo i danni solo grazie alle nostre imprese esportatrici mentre il resto del tessuto produttivo langue, se il territorio si sfalda e la società aggrava tutti i suoi problemi, la colpa è dell'Europa che non ci permette di sfondare il bilancio pubblico e stampare moneta a gogò neanche fossimo il Campo dei Miracoli.
E andando avanti nella riflessione avremmo potuto rimproverare il distinto economista di Eindhoven per qualcosa di ben più grave, politicamente, di una battuta da collegiale gâté. Perché quelle mance e quelle regalìe sono state, non solo avallate, ma salutate con le fanfare da tutto il Gotha brussellese. Renzi ha portato in dono alla loro ottusità classista lo scalpo dell'articolo 18 per accreditarsi come riformatore epocale. E tutto quel mondo ha accettato di buon grado di “farsi fare fesso” e di veder dilapidare 30-40 miliardi di euro (all'incirca un 2 percento dell'intera ricchezza nazionale) per lisciare il pelo al ventre molle del Paese. A quel mondo, non sembrava vero di vedere finalmente attuati i dettami della lettera della Troika di agosto 2011. Non solo, ma ha sposato entusiasticamente il piano (copy Morgan Stanley) di una riforma costituzionale imperniata su una democrazia “esecutiva” (guai a definirla autoritaria): come se il pavimento di quella riforma non fosse lastricato dei bonus (e degli assegni post-datati) di cui erano piene zeppe ben tre leggi di bilancio consecutive. Tutte sottoscritte, con strizzatina d'occhi, dalla Commissione (salvo clausola di salvaguardia, come è tipica abitudine dei prestatori a strozzo).


Fuori la destra. Dall'Italia e dall'Europa
No, non sembriamo particolarmente sensibili a questi problemi come lo siamo alla nostra onorabilità ferita. E la sinistra ci casca in pieno.

Solo per inciso, senza aprire una nuova querelle, anzi, proprio per starne lontano. Faremmo bene, lo dico con animo supplice, a evitare anche solo di parlare di euro sì / euro no, nella sinistra (quale che sia la nostra intima convinzione). Almeno, fintanto che il governo del Paese non sarà stabilmente in mano alla sinistra. La destra strabordante che ci governa quasi ininterrottamente da una ventina d'anni ha compiuto disastri sotto il cappello dell'euroliberismo e dell'eurotecnocrazia: ma se dobbiamo giudicare da quel tanto che ha potuto compiere in autonomia (per piccola o grande che si giudichi la residua sovranità nazionale) possiamo essere certi che ne compirebbe di peggiori (e, davvero, al peggio non c'è fine) se potesse godere di un'autonomia ancora più larga. Non respingiamo sdegnati l'idea di dover fare “i compiti a casa”: il nostro dovere è quello, il nostro primo compito è mandare a casa chi ci governa. Per quello che fa, non solo per quello che sono “costretti” a fare, i poverini. Solo allora verrà il momento di decidere se ci si debba battere per cambiare i trattati o per tornare indietro.

Commenti

  1. A quel Dijsselbloem bisognerebbe rispondere cne noi non abbiamo bisogno di usare i soldi per le donne . Forse è lui che è abituato ad andare a puttane ? gdzfvgud A parte il tipo di argomentazioni, è l'uso di luoghi comuni da bar che rivela il livello intellettuale indegno per quel ruolo e quindi giustifica la richiesta delle dimissioni

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dijsselbloem non ha detto affatto che usiamo soldi per le donne, ha fatto un esempio per dire che non si danno soldi a chi li spreca.

      Elimina

Posta un commento

AVVISO: Questo blog personale è aggiornato senza periodicità, non è una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge n. 62/01).
Eventuali immagini provenienti da fonti non correttamente citate o che violano involontariamente diritti d’autore saranno rimosse se fatto presente a gianprincipe@hotmail.it.
L'autore non risponde dei commenti dei lettori, che saranno rimossi se ritenuti lesivi per terzi, né per i siti collegati da link.
Si possono condividere i contenuti riportando la fonte.

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Le mani del governo sull'Istat?

Che l'economia italiana sta andando male, in questi giorni è stato detto e ripetuto, non solo sulla stampa ma in alti consessi internazionali, dal lago di Como alla Cina. Si sapeva dal 12 agosto, ma si aspettava una conferma, per l'uso invalso all'ISTAT di rilasciare i dati della contabilità prima in via provvisoria e poi in via (semi-)definitiva. Raramente i due dati divergono sensibilmente ma il premier in crisi di consenso era stato confortato da voci insistenti (provenienti dal Ministero dell'Economia) di una revisione al rialzo del dato provvisorio: l'andamento dei servizi avrebbe aggiunto un preziosissimo decimo di punto facendo apparire il magico segno + nel dato definitivo. La revisione (al rialzo) c'è stata ma non è bastata a far apparire il segno +. Costernazione. E insinuazioni: ISTAT covo di gufi?
Torna lo spettro della stagnazione Da un punto di vista tecnico non mi sembra ci sia molto da aggiungere a quello che hanno detto i tanti inorriditi per …