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I "fermenti" a sinistra alla prova delle amministrative

Per una volta non stiamo ad argomentare perché la politica di Renzi è di destra – un mix di liberismo e populismo – o perché i suoi proclami europeisti non sono credibili – trattandosi di uno dei maggiori protagonisti della deriva nazionalistica – così come non lo sono le sue rivendicazioni di autonomia nei confronti del protagonismo tedesco. Né stiamo a ripetere che le tesi sul superamento della differenza tra destra e sinistra sono l'ultima trovata della destra per alimentare negli elettori la disaffezione dalla politica. E rinviamo ad un'altra occasione un confronto tra la politica del Partito della Nazione e quella della destra che è stata al governo nella seconda repubblica.
Per una volta diamo tutto questo per scontato e andiamo direttamente alla domanda che da queste premesse dovrebbe discendere. Che fine ha fatto la sinistra? Se la scena è occupata dai conflitti tra diverse espressioni della destra e tra interessi divergenti all'interno dei poteri dominanti, che posto occupa la sinistra?

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Partiamo dalla constatazione, abbastanza evidente, che la sinistra è, sì, in crisi su scala mondiale ma contemporaneamente viviamo una crisi dell'assetto capitalistico che sta frustrando le speranze di chi dopo l''89 aveva sperato nella “fine della storia”.
La sinistra, che non ha avuto schemi interpretativi adeguati per leggere con il nuovo assetto globale, è stata colta due volte impreparata quando le magnifiche sorti e progressive hanno rivelato tutta la loro fragilità. Erano più in fase con i tempi i movimenti no global, per quanto fossero ancora allo stato nascente, ma sono stati brutalmente repressi. Solo con l'esplodere della crisi una nuova sinistra ha cominciato a prendere forma, mentre quella tradizionale, imprigionata nel compromesso con il potere economico-finanziario, perdeva via via contatto con la realtà e con gli interessi che era chiamata a rappresentare.
Forse siamo solo all'inizio, ma a sinistra, nel mondo, si assiste a un fermento, dalle forme disparate, non ancora riconducibili a unità, a una ricerca, per vie diverse, di soluzioni alternative. Non si molla la presa, ci si sforza di tenere i denti ben conficcati nella carne del potere economico-finanziario, che ha prodotto una crisi planetaria e continua a alimentarla, dando luogo a una transizione epocale.


Da questo fermento restano ancora, per lo più, estranee solo le società opulente dell'Europa centro-settentrionale, quelle che hanno ereditato i frutti del modello di welfare socialdemocratico e ne hanno garantito, fin qui, la salvaguardia.
Non è certo questo il caso dell'Italia, che resta però ai margini anche del fermento a sinistra e rappresenta perciò un'anomalia. Il motivo va ricercato nella crisi culturale (che è arrivata ad avere risvolti anche morali) da ricollegare a sua volta all'anomalia che in Italia ha caratterizzato l'uscita dal mondo diviso in blocchi e l'ingresso nella globalizzazione.
Si è trattato per un verso di un ritardo, nel fare i conti con i residui del filone terzinternazionalista. Si è però prodotto anche un fenomeno originale, che precorreva i tempi ma non è stato compreso appieno. Nel senso che i fattori che ora stanno portando a una crisi globale dell'assetto capitalistico, in Italia hanno agito prima, con più energia e con minori contrappesi, accelerando e rendendo più acute le manifestazioni della crisi stessa. Concentrazione del potere (nell'informazione, nella politica, nella finanza), abbattimento delle barriere poste dallo stato di diritto (la rule of law), commistione con il potere criminale, asservimento della politica agli affari, accentuazione progressiva, accelerata, delle diseguaglianze, di reddito, di diritti, di opportunità di accesso. Di questi fenomeni, riassunti nel berlusconismo, abbiamo saputo vedere le particolarità senza coglierne il nesso (anticipatore) rispetto al contesto globale. Non a caso, gli italiani che hanno saputo testimoniare e descrivere questi processi sono diventati punti di riferimento per la cultura di sinistra nel mondo, ma non sono stati profeti a casa loro.

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Succede così che da noi la sinistra “storica” (quella post comunista in transizione verso la socialdemocrazia) si stia condannando all'estinzione. Non solo perché è venuto meno il sostrato economico sociale, il sistema di welfare è stato sottoposto a una demolizione sistematica, le infrastrutture del corporativismo sono state smantellate e sono state messe fuori gioco le organizzazioni intermedie e le rappresentanze di interessi. Ma soprattutto a causa di quel deficit culturale. L'effetto è stato distruttivo. Quella che resta in piedi è solo una minoranza del Partito della Nazione, indecisa a tutto, avviluppata in una contraddizione fatale: sono animati dalla speranza di riprendere dalle mani di Renzi quello che era stato il loro partito, ciò che li porterebbe a scommettere sulla sconfitta della sua esperienza di governo; epperò temono di vedersi imputare quella sconfitta nel confronto con la destra post-berlusconiana. Costretti perciò ad anteporre, rispetto alle velleità di rivincita, i vincoli della solidarietà di partito, immancabilmente, ad ogni passaggio politico-parlamentare del tragitto verso destra.
Di questa stessa crisi culturale si è avuto un effetto non meno pesante sulla costellazione che, a sinistra, ricerca nuovi schemi, nuovi progetti e nuovi soggetti. Qualcosa sembrava stesse nascendo sull'onda del movimento per i beni comuni, in cui si erano insinuate tematiche e linee di azione riprese da esperienze in atto nelle Americhe e sulle sponde del Mediterraneo. Ma la caduta del berlusconismo ha portato anche ad una stretta autoritaria nel segno del grande compromesso. E nello spazio vuoto si è inserito, con sensibilità culturale e mediatica prima che politica, il fenomeno (molto sui generis) del grillismo, in qualche modo figlio dei nuovi fermenti ma paralizzato dalla pretesa di autosufficienza e dall'ambiguità insita nella mancata scelta di campo.


Guardiamo il quadro della sinistra italiana che le elezioni amministrative ci stanno offrendo, in particolare nelle città metropolitane al voto: ci sono due candidati dell'area di Sinistra Italiana, Airaudo di SEL, a Torino, e Fassina uscito da poco dal PD, a Roma, attorno a cui si sono riunite più o meno tutte le formazioni di sinistra; uno di area comunista appoggiato dalla sinistra ma non da Sinistra Italiana (Rizzo a Milano); uno “civico” (Martelloni, giuslavorista di area CGIL) a Bologna, appoggiato dalla sinistra ma solo da una parte di Sinistra Italiana. Nessuno di questi è accreditato, al momento, di un risultato vicino al 10% (che è quello conseguito la primavera scorsa da Pastorino nelle regionali della Liguria). Per ognuno di questi, piuttosto, c'è da temere che lo schieramento da cui sono sostenuti si spacchi verticalmente al momento del ballottaggio, nelle città dove sarà in lizza il PD, quando si tratterà di decidere se dare indicazioni di voto e a favore di chi.
Poi ci sono, con buone probabilità di vittoria, due sindaci uscenti: il candidato di SEL a Cagliari, Zedda, che ha rinnovato l'intesa con il PD, e a Napoli De Magistris, l'unico tra quelli della “stagione arancione” ad esser riuscito a mantenere una sostanziale unità dei soggetti allora schierati al suo fianco, garantendo una continuità politica. È in contrapposizione aperta sia con il potere centrale, di cui ha respinto con veemenza le incursioni, sia con la sezione campana del Partito della Nazione guidata dallo “sceriffo” De Luca, avendo chiuso i conti con i seguaci post comunisti di Bassolino. Resta però (almeno per ora) gelosamente fedele alla dimensione locale.

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Senza supponenza, portando il massimo rispetto per chi lavora con grande generosità a questi tentativi, non si può non rilevare la grande distanza dall'obiettivo, che non è solo appiccicare i pezzi a disposizione ma deve mirare più in alto: dare rappresentanza a chi oggi ne è escluso, rispondere alle istanze di chi paga i prezzi più alti nella crisi dell'attuale assetto economico e politico.
Ora che l'onda dei movimenti per i commons ha perso energia non è facile trovare nelle dinamiche del corpo sociale, tra gli esclusi, o tra i soggetti che in vario modo elaborano visioni alternative di un futuro possibile, la spinta necessaria per una nuova stagione di espansione e di radicamento.
A Roma e altrove si parla di creare un luogo, un momento associativo dai contorni da definire, che permetta di tenere insieme quanti si stanno impegnando nella contesa elettorale. Certo, non si potrà eludere il chiarimento sui rapporti con il Partito della Nazione che anche Fassina ha reclamato, in un'intervista tutt'altro che diplomatica (“nel mio schieramento coesistono due impianti di cultura politica”), avendo sostenuto in più occasioni di aver ricevuto appoggio, più che dalla sua area politica “in fieri” (Sinistra Italiana), da soggetti che ad essa restano estranei.
Il problema è questo: riempire il vuoto a sinistra con un “pieno” consistente, che offra risposte credibili. Averlo chiaro è già un bel passo avanti, ma la soluzione non è data. Nessuno ne è depositario, nessuno da solo può dirsene artefice. Occorre che la si cerchi in un ambito quanto mai aperto e, quel che più conta, inclusivo. Nella società e non solo nel Palazzo.

APPENDICE
La chiusa può apparire un appello che resta nel vago. Ecco allora un rapido elenco (del tutto disomogeneo e parziale) di soggetti che solo sul territorio romano hanno posto, in vario modo, questo tema nel corso delle ultime settimane di campagna elettorale.
Action (ha scioperato contro la delibera 140). Pigneto Social Club, Dandelion (ha presentato la campagna Miseria Ladra di Libera-Abele). I blogger “anti-degrado” (Roma Pulita!, Diarioromano Romafaschifo) e l'Associazione residenti centro storico (hanno chiamato i candidati a confrontarsi). #Stop TTIP (ha manifestato contro il TTIP). Parte Civile (ha organizzato un incontro sul patrimonio pubblico di Roma e la delibera 140). Il Coordinamento dei Comitati, delle Associazioni e dei Cittadini per il Forlanini (ha tenuto un'assemblea per difenderne il carattere di Bene Comune-Proprietà Pubblica). Decide Roma – Roma non si vende (ha chiamato a confronto i candidati, Fassina, Mustillo, Raggi). All In (ha organizzato un Pranzo di autofinanziamento per il diritto allo studio). Nuit Debout Roma (manifestazione contro la riforma del lavoro Hollande nel giorno dell'iniziativa internazionale). Il coordinamento del Terzo Settore (ha promosso un incontro con i candidati a Sindaco). Il Blog #mapparoma (ha presentato la mappa “Leggere Roma” in un incontro pubblico). Fablab Roma Makers (ha promosso “Eco: Ecosistema di innovazione urbana”, primo incontro tra community e istituzioni). Sbilanciamoci! (ha presentato il documento “Sbilanciamo le città” in una pubblica assemblea). CIAO onlus – SalviamoilparcodellaMadonnetta (ha promosso una giornata di pulizia del parco). Il MAAM, Museo dell'altro e dell'altrove di Metropoliz (ha ospitato “Fibrillazioni tra arte e politica”). La Rete Carte in Regola, che raccoglie 22 associazioni aderenti (ha promosso la sottoscrizione della Carta del candidato e della candidata trasparente).
Contaci era nata con questa ispirazione, per offrirsi come luogo di costruzione e di ricerca, aperto, ed è pronta tuttora a mettersi a disposizione.

Per le omissioni, certamente numerose, tengo a scusarmi e a garantire che sono del tutto involontarie.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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