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Facciamo il punto sul voto a Roma

A qualche settimana dalla mattinata di CONTACI al Palazzetto dello Sport, mentre si avvicina la data del voto a Roma, ci si domanda se quell'originale esercizio di democrazia deliberante possa avere un seguito tale da pesare sulla scadenza elettorale. Ma anche se debba averlo.
Una prima risposta può venire dal bilancio di quella esperienza.
La soddisfazione di chi ha partecipato era palpabile, ma non può bastare. Occorre ripartire dalle ipotesi politiche alla base del movimento che ha dato vita a quell'evento, così come espresse nei brevi saluti iniziali di Luca Bergamo, Annalisa Corrado e Luigi Corvo.


In premessa c'è il “disagio della democrazia” nell'era della globalizzazione, il progressivo restringimento degli spazi civili e degli orizzonti vitali, a cui è urgente rispondere, offrendo un'alternativa a quella (definiamola “elitista”) che punta a una concentrazione del potere in poche mani per assicurare velocità e efficienza. La soluzione sta nell'assumere invece la democrazia come pratica della cittadinanza, per combattere le diseguaglianze ed affermare l'universalità dei diritti.
La tesi è che lo spazio decisivo entro cui si consuma il conflitto tra queste due correnti fondamentali è quello dei grandi agglomerati urbani. Che sono gli snodi della rete fisica, su cui si innesta quella immateriale della produzione di conoscenza e di accumulazione di ricchezza finanziaria.
Data la dimensione globale di quelle reti, la politica, per esercitare la sua funzione di emanare leggi e battere moneta, deve darsi confini sempre più larghi, ma quindi sempre più difficili da presidiare. Viceversa, negli snodi fisici, nelle città, dove il conflitto assume una dimensione più immediata, toccando più da vicino le persone, la politica non solo non batte moneta ma non riesce a emanare regole efficaci, essendo condizionata dalle istituzioni sovraordinate.
Questa asimmetria genera impotenza nei luoghi dove le energie sociali sarebbero maggiormente sollecitate dai problemi della vita quotidiana, alimentando così la crisi della democrazia.
La destra punta a trarne vantaggio per una progressiva concentrazione del potere, investendo enormi risorse sull'ordine pubblico (e sull'ordine mondiale, quando il problema esce dai confini urbani e poi nazionali). La sinistra ha una sola alternativa: lasciare che le energie si sprigionino dalle città per irrompere sul quadro politico nazionale e sovranazionale e per modificarlo in senso democratico.


A Roma questi fenomeni assumono un particolare rilievo. Perché è la capitale di un grande stato che non riesce però a darle (e forse non vuole) la dimensione necessaria, nell'interesse della comunità nazionale oltre e per il ruolo che le spetta all'interno delle reti globali.
Lo spettacolo è desolante. Chi vi abita soffre innumerevoli disagi. Se opera all'interno dei gangli delle reti globali affronta un compito improbo perché è chiamato a interagire e confrontarsi (competere o collaborare, non fa differenza) con altri (individui o collettivi) che si trovano in media in situazioni di notevole vantaggio. L'Italia arretra tra i paesi sviluppati, ma la sua capitale occupa posizioni anche peggiori di quelle dei paesi emergenti e di molti paesi in via di sviluppo.

Amministrare Roma? Se la partita che si gioca con le elezioni è solo questa, è persa in partenza. Si deve invece proiettare sul piano nazionale. Per invertire la tendenza si devono creare le condizioni per un conflitto aperto, dichiarato, con una politica nazionale che ha per obiettivo la concentrazione del potere e svuota gli spazi civili, in cui si creano le condizioni per produrre ricchezza, benessere, uguaglianza. Un conflitto contro chi, al governo, mira a estrarre di ricchezza a danno dei più deboli.

Invece la competizione elettorale a Roma sembra giocarsi tutta all'interno delle diverse espressioni di quel potere. Un emissario del governo centrale, Giachetti, senza altro appeal che il proporsi come tramite verso il governo nazionale, se la vede con figure dell'arcipelago composito che ruota intorno ai centri del potere economico-finanziario, alla ricerca di uno spazio al sole nell'assetto di potere attuale (Marchini, Bertolaso, Meloni, Storace). Fuori da quel quadro non c'è una vera alternativa.


Fassina si è candidato con la sincera aspirazione di costruirla, ma soffre di una contraddizione originaria. Perché la sua coalizione nasce, sì, con il fine dichiarato di porre un argine alla deriva “elitista” ma si costituisce a tavolino, per via negoziale, negando così il presupposto.
I Cinque Stelle vagheggiano un'alternativa ma si sottraggono a qualunque forma di collaborazione, o anche solo di confronto, con il tessuto delle organizzazioni di rappresentanza e dei corpi intermedi, ossessionati dall'idea dell'autosufficienza. Stando alle loro teorizzazioni sembra quasi che il potere delle elite debba essere sostituito da quello ... di una elite diversa; ma non basta autodefinirsi migliori, se si è refrattari al controllo democratico e ci si tiene lontani dalle forze che aspirano a dar vita a un'alternativa al potere attuale, in una collocazione “né di destra né di sinistra”, tipica della destra più genuina.

Roma sembra dunque destinata a imbarbarirsi di nuovo, a vivere una stagione di degrado.
Senza reagire? Il suo sindaco dovrà essere un figurante buono per la rappresentazione della decadenza? E i chierici, i professional, si accomoderanno a osservare lo spettacolo indecoroso, esprimendo il disgusto che merita ma senza muovere altro che un sopracciglio?
Così, chi pagherà il prezzo di questa deriva, una massa largamente maggioritaria, non avrà altra scelta che la protesta. Con i piedi, non andando a votare, dapprima: ma la disperazione può spingere oltre. Perché si stanno riproponendo le questioni primordiali, dei primi passi della democrazia moderna, legate al deficit di rappresentanza. Allora, “no taxation without representation”. Ma oggi il dominio impone ben altre regole che il solo prelievo fiscale e la reazione alla mancanza di “representation” va a toccare le basi della convivenza civile, la “rule of law”, lo stato di diritto.

La facciamo troppo grossa? La risposta spetta a chi ha più a cuore il futuro della città: intesa come comunità, come l'insieme delle persone che la vivono. È a loro che si rivolge la proposta di Contaci, decideranno loro i passi successivi, soppesando l'entità delle questioni per cui ci siamo mossi.

Il primo passo è stato quello di rivolgere un appello a chi dichiara di lavorare per un alternativa (lo trovate qui). Come Fassina, ma anche come il sindaco “dimissionato”, ancora incerto tra la fedeltà, sia pure assai critica, al “partito che l'ha tradito”, che ha contribuito a fondare, e l'attenzione ai processi di “risveglio” civico, dimostrata dal messaggio rivolto a Contaci in occasione della riunione del Palazzetto dello Sport. Il problema è che un appello non basta, e si tratta dunque di decidere se prendere l'iniziativa dando vita a una lista indipendente che scaturisca dal procedere del lavoro di Contaci, o attendere l'evoluzione del contesto.
All'interno di questa scelta è necessaria una valutazione sullo stato di avanzamento del lavoro sul programma. Il materiale è tanto (lo trovate qui) e l'impegno non manca. Ci si deve però intendere sul suo significato e i suoi obiettivi. Restando coerenti con le ipotesi politiche poste in premessa.
Perciò, non avrebbe senso ritenere  esaustivo il lavoro di poche centinaia di persone, come se potesse surrogare l'apporto di energie collettive di cui c'è bisogno per battere la deriva attuale. Quel lavoro può e deve servire a tracciare, insieme con il campo dei valori condivisi, gli obiettivi di fondo e le priorità su cui convergere. I partecipanti a Contaci, con la loro capacità di dialogo e di sintesi condivisa, possono essere considerati come un campione rappresentativo, utile per esprimere queste coordinate fondamentali. Possono svolgere una funzione trainante. Ma i protagonisti sono ancora altrove, devono ancora farsi avanti. Ciò significa che quello che serve ora non è il programma operativo, quello “dei 100 giorni”, per intenderci, che può rappresentare perfino un ostacolo alla partecipazione. Piuttosto, l'impegno da assumere è che gli elettori saranno chiamati a partecipare perché nell'arco di 100 giorni si arrivi a un insieme organico di misure prioritarie da attuare in modo articolato, tra provvedimenti a breve (tre-sei mesi) di medio periodo (uno.due anni) e di consiliatura, con gradi diversi di definizione in relazione alla diversa urgenza.

Pregiudiziali, paletti, slogan, per quanto possano avere valore simbolico, non servono, nel momento in cui valori e obiettivi siano fortemente condivisi. Occupano il centro della scena nelle dinamiche autoreferenziali del ceto politico ma non arrivano a mobilitare le persone se non nella difesa, magari accanita ma spesso disperata, di interessi. Che sono, è ovvio, assai importanti. E che proprio per questo non possono essere usati come bandierine.  

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Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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