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Via dal PD. Il commiato dalla Commissione Nazionale di Garanzia

Qualche settimana fa ho definitivamente lasciato il Partito Democratico, a cui avevo aderito fin dalla fondazione, e ho rassegnato quindi le dimissioni dalla Commissione Nazionale di Garanzia.
Con l'occasione ho consegnato ai colleghi della Commissione alcune considerazioni riguardanti in modo specifico il lavoro svolto in quella veste e prima nella Commissione Nazionale per il Congresso del 2013. Un lavoro non facile, che ho portato avanti con un crescente disagio, che si intrecciava e si sommava al dissenso che maturavo nei confronti delle scelte più generali del partito, riguardante la cultura delle regole prevalemte nel concreto della vita interna. O, se preferite, la costituzione materiale che si sovrappone e prevale su quella formale scritta nella Carta Fondamentale.

Di queste difficoltà e di questo disagio mi è sembrato di dover mettere a parte i colleghi. Ma quelle personali valutazioni erano rivolte idealmente a tutti coloro che, avendo deciso di rinnovare l'adesione al PD, restano convinti di dover continuare a battersi per i valori che sono scritti nel suo Statuto rispettandone le regole. E in particolare ai componenti dell'Assemblea Nazionale del PD, che sono i depositari di quelle regole e della loro applicazione in termini di diritti e di doveri degli iscritti e degli elettori.
Approfitto perciò per un'ultima volta del diritto di parola che per il mio ruolo mi era riconosciuto nei confronti dell'Assemblea, pubblicando qui quelle considerazioni come fossero un mio intervento di commiato. Spero con questo di dare un contributo utile anche a illuminare alcune vicende recenti del PD che hanno avuto vasta eco, in senso negativo.


Con questo mi riprometto di tornare a comunicare con i miei amici attraverso questo blog, che negli ultimi tempi ho un po' trascurato per l'incalzare dei fatti che mi hanno portato a chiudere con il PD e ad aderire a Possibile, nonché a depositare con altre dieci persone carissime e stimatissime otto quesiti referendari. C'è tanto da fare e c'è tanto da dire in una situazione del nostro paese delicata come forse non ho mai vissuto in precedenza. Qualcosa cercherò di dire ma soprattutto ci sarà da fare.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA CULTURA DELLE REGOLE NEL PD

Per dirla in sintesi, due regole non scritte sono diffuse, e tenacemente radicate, nel partito, riassumibili con due metafore popolari: i panni sporchi si lavano in famiglia; una mano lava l'altra. La trasparenza e lo stato di diritto possono attendere.
Il principio ispiratore posto alla base è che, se spetta alla politica dettare le regole, la politica è posta al disopra delle regole. Un principio duro a morire, pur essendo in contrasto con i fondamenti della democrazia moderna: in particolare, per ragioni storiche, nel nostro paese.
Introduco a questo riguardo una nota personale come premessa: mi sono iscritto al PDS sin dalla fondazione non avendo in precedenza una tessera di partito ma provenendo da una lunga battaglia nella CGIL (finalmente vinta nel congresso del 1991) per il superamento delle componenti di partito. Quella novità, l'aver archiviato il principio della subalternità della rappresentanza di interessi al primato della politica (la teoria cosiddetta della “cinghia di trasmissione”), in particolare nell'ambito del sindacalismo di sinistra, mi faceva sperare che quel partito nascesse con l'intento di lasciarsi alle spalle i residui di quella cultura su un piano più generale.

Nei primi anni il percorso è stato travagliato, non solo da quel punto di vista. Dopo quindici lunghi anni la nascita del Partito Democratico doveva segnare l'affermazione definitiva del principio costituzionale dell'uguaglianza e dello stato di diritto. Che si traduce nel fatto che la politica incontra dei limiti. Che non può non avere, essendo sottomessa, anche nel dettare le regole, ai dettami della carta fondamentale. Allo stesso modo, nel partito si può cambiare lo statuto, ma solo secondo le regole dello statuto. Altrimenti vengono meno le fondamenta del patto associativo.
A ben vedere, dalla fondazione ad oggi lo statuto ha subito ben pochi cambiamenti, più che altro per problemi di funzionalità interna, legati all'evoluzione contingente della dinamica politica. Per il resto si è preferito in genere stressare le regole, come sul tesseramento e sulla partecipazione alle primarie, o “disapplicarle”, come per i doveri degli iscritti e degli eletti in termini di quote e contributi, per incompatibilità, conflitti di interesse, codice etico.
Di qui, da questo “stressare le regole”, un forte, crescente disagio, almeno per me. Non potevo rassegnarmi all'idea che per “ragioni superiori”, coincidenti con l'interpretazione del “bene del partito” secondo i dirigenti (o il leader) del momento, quelle regole potessero finire sotto i piedi.

Per non restare sul generico, proporrò qualche caso concreto in base alla mia esperienza di questi due anni.

- Primarie per il congresso.
In dodici province erano state denunciate irregolarità che, se verificate, potevano portare ad annullare i risultati in quelle federazioni e comunque a sanzioni nei confronti dei responsabili, a maggior ragione se dirigenti di partito o eletti nelle istituzioni. Si consideri che quei casi erano arrivati all'attenzione della stampa locale e infine di quella nazionale e che dunque il partito avrebbe avuto interesse ad agire in trasparenza con il massimo rigore. Invece si è ogni volta scelto di verificare non tanto se vi fossero violazioni e relative responsabilità da sanzionare ma se vi fosse modo di comporre le vicende senza alterare l'esito congressuale. Al termine tutto è stato composto. Nessun responsabile è stato individuato.
Il risultato congressuale in realtà non sarebbe cambiato. Se anche si fossero annullati i risultati di tutte le 12 province incriminate le differenze sarebbero state di due o tre decimali di punto (a favore di Civati e a danno di Cuperlo, per la cronaca). Il problema non era dunque quello di non alterare il risultato congressuale ma di non fare emergere le responsabilità.
Le irregolarità avvenute a Roma (e regolarmente denunciate, perfino sulla stampa) non rientrano in questi 12 casi. Perché sono state archiviate già a livello locale, prima di giungere al Nazionale. Chiamavano in causa, tutte, responsabilità di dirigenti successivamente inquisiti nell'ambito di Mafia Capitale. Ma gli organi interni li hanno “prosciolti”. Senza un'istruttoria.

- Primarie per le elezioni regionali.
La storia si è ripetuta. Il caso più eclatante nelle primarie liguri. I garanti (della coalizione) hanno annullato il risultato in 13 sezioni, lasciandone in sospeso altre due dove indagava la magistratura, ma hanno dichiarato che il risultato non sarebbe cambiato e lo hanno convalidato. In realtà, se si fossero accertate responsabilità di una parte sola e quindi annullati i soli voti di quella parte, il risultato si sarebbe ribaltato. 
In ogni caso, con l'argomento che la CNG del PD non ha il potere di sindacare il giudizio dei garanti di coalizione, la questione si è chiusa lì. Ma il fatto è che, nonostante i seggi annullati e le indagini giudiziarie, nessun procedimento è stato aperto a nessun livello per accertare se alla base delle irregolarità vi fossero responsabilità di iscritti PD. Alla prova elettorale la lista PD ha registrato un risultato ai minimi storici; inopltre circa un sesto degli elettori rimasti ha scelto il voto disgiunto sul presidente, per Luca Pastorino anziché per Raffaella Paita.

- Commissariamento di Roma.
Si è fatto un gran parlare dell'indagine di Barca sui circoli, che ne ha valutato la funzionalità ma non ha evidenziato alcuna responsabilità per eventuali (evidenti, direi) violazioni statutarie. Peggio ancora per l'indagine telefonica svolta dai GD sulla regolarità del tesseramento 2013 e 2014. Si è arrivati a decidere l'annullamento del risultato di entrambi gli anni ai fini della definizione della platea congressuale del 2015, sulla base del riscontro di un'area di tesseramenti fasulli, o comunque non rispondenti ai criteri elementari fissati dallo statuto, pari a circa un quinto. Ma non si è fatto (volutamente) nessun nome e cognome. Agli interpellati che hanno citato fatti, circostanze e, infine, nomi, si è detto che non se ne sarebbe preso nota.
Considerando questa singolare omissione, non c'è poi da sorprendersi per l'interpretazione che il commissario ha ritenuto di dare, del perché il PD romano non aveva avuto antenne per cogliere i fenomeni degenerativi al suo interno: era “distratto”, perché concentrato sulle sue faide interne. Come se quelle faide non avessero come protagonisti esattamente i personaggi di cui ora si parla nelle inchieste giudiziarie ma di cui non si fa il nome nelle inchieste interne.
Eppure rifiuta di convocare l'assemblea per indire il congresso e ristabilire regole e democrazia.

Qualche ultima considerazione la dedico al rapporto con la magistratura, che sempre più spesso si intromette nelle questioni interne ai partiti, colmando come può, in sede giurisdizionale, il vuoto legislativo determinato dalla mancata attuazione dell'articolo 49 della Costituzione. Cito anche qui un episodio che mi ha riguardato da vicino.
Ho ritenuto di sottoscrivere personalmente un ricorso presentato da iscritti un'unica volta in quanto conoscevo direttamente il contesto e le persone coinvolte. Nel circolo di una cittadina, alle fase delle primarie riservata agli iscritti avevano votato circa dieci volte gli iscritti degli anni precedenti. Poteva essere successo un miracolo, ma di fatto l'Ufficio Tesseramento del PD non aveva mai ricevuto, né alla scadenza fissata né all'ultimo, il giorno stesso del congresso, l'anagrafe degli iscritti. Il risultato non poteva dunque essere convalidato. La sede di quel circolo era di proprietà di un assessore regionale, proveniente dall'estrema destra, da poco passato al PD. Il congresso era stato convalidato dalla commissione di garanzia di quella provincia. La Commissione Nazionale (con il mio solo voto contrario) ha deciso però di affidare il giudizio … a quella medesima commissione provinciale (che lo ha ovviamente bocciato). Così ha voluto un componente della Commissione Nazionale che era stato segretario del PD in quella federazione, eletto in quel collegio. Ora, a due anni di distanza, quell'assessore si è dovuto dimettere perché in stato di arresto per gravi reati. E ha scelto come difensore di fiducia quell'ex segretario regionale del PD.

Si dirà che la magistratura non ha ragione, prima della pronuncia di una sentenza definitiva. Ma qui veniamo alla differenza tra responsabilità politica e responsabilità penale, di cui tanto si parla.
L'esigenza di darsi un codice etico nasce proprio da quella differenza, da quella linea di confine. Se le due responsabilità coincidessero quel codice non avrebbe senso né per un partito, né per un insieme di partiti, come avvenuto con il codice adottato per i reati di particolare delicatezza sul terreno sensibile dei rapporti con la criminalità di stampo mafioso.

Cade qui il tema delle accuse mosse dal neo-eletto Governatore della Campania alla ex Presidente del Partito, in molte sedi tra cui la Direzione nazionale del PD. Comprensibile che abbia difeso con veemenza la sua innocenza, come è suo diritto fino a verità giudiziale (definitiva) contraria. E che abbia mosso critiche all'operato della Commissione Parlamentare Antimafia. Quanto agli insulti però fa un po' impressione, almeno a chi vive a Roma, che ne abbia usato uno (infame) che appartiene al gergo della malavita organizzata e si usa in dispregio delle persone che, appartenendo al sodalizio, “apre bocca” con gli “sbirri” o con i giudici. Ma il tema che sto affrontando non riguarda il comportamento del singolo, seppur grave anche per una persona che difende la sua onorabilità, quanto la cultura prevalente nel partito. Il problema è dunque che quelle parole sono state salutate con applausi scroscianti. E' questa la cultura che serpeggia nel massimo organo di direzione politica del PD?
E concludo sollevando una questione che riguarda direttamente il segretario nazionale. Che nella sua relazione all'ultima Direzione a cui ho partecipato ha dedicato molto spazio al tema del giustizialismo e all'errore che a suo dire commetterebbe la sinistra nel assumere queste posizioni anziché ispirarsi a un rigoroso garantismo. Il tema è serio, non si risolve in poche battute. Ma il fatto è che in un successivo passaggio, verso la fine della relazione (nel video YouDem si trova al minuto 1:16') Renzi si esprime nel seguente modo: “Naturalmente è evidente che se un diciannovenne di etnia Rom si mette al fianco di un diciassettenne suo fratello e uccidono una persona in macchina e uccidendola ne feriscono altre otto e dopo tre giorni il diciannovenne viene mandato a casa, e non sta in carcere, prima del funerale, è evidente che la nostra discussione sulle riforme istituzionali si scontra con una domanda: nel nostro paese la certezza della pena a che punto è?”.
Ora, Beccaria a parte, nel primo articolo dello Statuto, sui principi basilari, si legge che il PD “riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica”. E per il codice etico gli iscritti devono impegnarsi “perché le differenze non siano ostacolo alla partecipazione ma opportunità di dialogo e di crescita, e perché i diritti e le libertà si impongano sul razzismo e sulla violenza. Contrastano ogni forma di discriminazione nel nome dell’uguaglianza sostanziale. Il contributo delle donne e degli uomini immigrati è caratteristica propria dell’identità del Partito Democratico, che con loro si propone come un’esperienza politica aperta ed interculturale”.

Ecco, non credo si possa dire che chi vince un congresso di partito attraverso primarie largamente partecipate sia un impostore. Ma se l'organo di direzione di quel partito condivide quelle espressioni e quei concetti pronunciati dal segretario, allora più semplicemente quel partito non è il mio partito.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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