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Visualizzazione dei post da 2014

Perorazione all'assemblea del PD. E al segretario

L'assemblea nazionale del PD era chiamata a pronunciare parole chiare all'indomani dell'inchiesta sulla mafia nella capitale. Il segretario nella sua relazione ha voluto rivendicare con orgoglio alcuni atti di governo contro la corruzione, ma non ha risposto alla domanda che i nostri elettori e i nostri iscritti ci pongono attorno a quello scandalo. Non ci chiedono che cosa fa il governo. Né se abbiamo paura dei magistrati o se siamo anche noi collusi. Chi ha la nostra tessera e ci ha votato sa che “il nostro è un partito di gente perbene, un popolo di cui andare fieri”, ma ci chiede tuttavia come il nostro partito si difende dai mascalzoni, da quelli che ci dovrebbero fare schifo, un po' prima che arrivino i magistrati. Ho messo una frase tra virgolette perché l'ho ripresa da un intervento “virtuale” che avevo pubblicato qui in occasione della precedente assemblea nazionale. E che avevo dedicato, da componente della Commissione nazionale di garanzia (e, prima, di …

J.A. PERCHÉ CONTRO

Ora che il Jobs Act è legge, se ne discute nei circoli un po' più di prima. Forse c'è meno timore di creare problemi, come se il ruolo del partito fosse quello di pubblicizzare, tutt'al più commentare, l'azione del governo e non quello di intervenire sulla sua costruzione.
Nelle riunioni a cui partecipo mi trovo spesso a dover illustrare (se non altro per completezza di informazione) le ragioni che hanno portato i senatori del PD “civatiani” (Casson, Mineo, Ricchiuti) a non votato la fiducia al governo su questo provvedimento. E a spiegare perché a mio avviso  hanno fatto proprio bene. Sono almeno 10 ragioni 10.
1) Perché c'è davvero bisogno di una legge sul lavoro. Che inverta però la rotta degli ultimi 15 anni. Invece abbiamo dato ai cittadini, ai nostri elettori, qualche motivo in più per credere che le riforme del lavoro servano solo a peggiorare le condizioni dei lavoratori e a deprimere l'economia del Paese 2) Perché si doveva contrastare la precarietà l…

Il partito dell'impossibile

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un'offensiva particolarmente intensa dei guardiani dello status quo. Di quelli che un tempo (quando c'era il Muro) dovevano dimostrare che a sinistra c'era il pericolo e la malvagità e ora invece vogliono convincere che a sinistra non c'è niente. Se c'è qualcosa, è un'illusione perché non esiste alternativa. A sinistra dello status quo nulla è possibile.
Per l'establishment economico-finanziario nord-europeo (e le sue propaggini meridionali) non c'è alternativa alla politica del rigore. Non c'è alternativa neppure al metodo di calcolo dell'”output gap” (non domandatevi di che si tratta, se non dovete sostenere un esame di economia: basti sapere che è un modellino per stabilire il massimo di spesa pubblica che un Paese si può permettere). Poi magari succede che anche al salvataggio delle banche con i soldi (pubblici) degli Stati membri non c'è alternativa. Così uno Stato membro (l'Italia, per dire) ch…

Partita chiusa?

La Commissione Lavoro della Camera conclude l'esame del Jobs Act con un emendamento “unitario” sull'articolo 18. Capisco che gioisca la Di Girolamo e che Sacconi dica che finalmente ce l'ha fatta. Nel 2002 ci aveva provato senza riuscirci e nel 2012 ne aveva dette di tutti i colori su Monti e la Fornero perché non erano andati fino in fondo (!). Del resto, a Ferragosto l'NCD (forte del suo 3,..% stabile nei sondaggi) si era intestato questa bandiera. Per chi non lo ricordasse, 3 obiettivi per cambiare l'Italia: pagare i debiti della PA (invece del classico “mi faccia causa”), sferzata anti-burocratica (l'obiettivo più proclamato e meno praticato degli ultimi 40 anni) e, la vera ciccia nella fuffa, abolizione dell'articolo 18. Bingo! Quello che Sacconi non fece con Berlusconi ora lo fa con Alfano.
Ma per chi ha passato una vita nel sindacato, per chi sa che cosa ci sia in quell'obiettivo, come sostanza e come segnale, che c'è da festeggiare? Ci s…

Tra il "rispetto" e il "menefrego"

“Lo rispetto, ma non sono più i tempi in cui uno sciopero metteva in crisi un governo”, dice il segretario premier, da Brisbane, Australia. Per dare il senso di una svolta. Non è la prima volta che ci stupisce con questo genere di affermazioni. Perché le svolte sono un po' la cifra di questo governo, quando si tratta di lavoro, e di sindacato. Tempo determinato, apprendistato (nel decreto Poletti), articolo 18 (annunciato, nel Jobsact). Hai voglia a dire che sono cose che vanno avanti dal 2001, non abbiamo capito niente, continua a spiegarci che così “si cambia verso”.
Ora se ne esce anche con l'idea che la CGIL fa uno sciopero generale per farlo cadere (la Camusso fa il gioco di Draghi o di Visco?). 

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione